Il dialetto tarentino: voce fra due mari
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Il dialetto tarantino
As a poet there is only one political duty, and that is to defend one's language against corruption.” [William H. Auden (1907-1973), Observer, 1971] “ Se sei poeta hai soltanto un dovere politico da compiere, il difendere, cioè, la parlata che ti appartiene dalla corruzione
I termini latini “vernaculi” e “vernacula” stavano rispettivamente ad indicare schiavi di sesso maschile e femminile che nascevano nelle case dei loro padroni1. Di qui la più recente estensione delle due voci a significativi di ogni parlata autoctona. È da rimarcare, tuttavia, che le trasposizioni del presente lavoro sono state realizzate in “dialetto” tarentino e non in “vernacolo”, accogliendo pienamente la lezione del Maestro Claudio De Cuia, allorché a tale proposito asserisce:
“Non tutti sanno distinguere la differenza esistente tra vernacolo e dialetto. Sono termini simili, ma non uguali. Il vernacolo è la parlata antica, quella, per intenderci, dei nostri nonni, mentre il dialetto è la parlata moderna, l’attuale, dei nostri giorni. Il vernacolo può dirsi la madre del dialetto, come il latino è la madre dell’italiano.”2
La “lingua Cataldiana” è uno strumento di comunicazione assolutamente municipale. Essa, difatti, non è più parlata al di fuori della nostra cerchia urbana, il che la rende decisamente esposta a rischi di contaminazione di vario genere. Tanto l’importazione di elementi discorsivi dei sistemi linguistici vigenti nelle aree viciniori, quanto le inevitabili storpiature sottese da una cattiva trasmissione scritta e orale del dialetto di Taranto, rappresentano insidie temibili in tal senso. L’atipicità e sopravvivenza della nostra parlata, inoltre, appaiono problematiche alla luce di ulteriori riflessioni. Una non meno drammatica tra tutte è riconducibile al fatto che oggi i genitori e la scuola tendono energicamente a dissuadere le giovani generazioni dall’esprimersi in tarantino (o in tarentino). Il farlo sarebbe lesivo del bon ton comportamentale, essi sostengono. Il pregiudizio parte dalla convinzione che esso sia stato ed è la lingua di pertinenza unica della gente di umile estrazione sociale e soprattutto della teppa in generale. In definitiva uno strumento di espressione inadeguato e inferiore, un sottoprodotto interattivo verbale di serie C, parlando in termini calcistici. Premesso che tutti i dialetti d’Italia esistevano ancora prima che le contingenze storiche deputassero il fiorentino, ossia un dialetto(!), a lingua nazionale e che l’italiano, in un certo senso, può essere considerato un dialetto del latino3, non va sottaciuto che il tarantino era verosimilmente conosciuto e parlato anche dalla nobiltà e dalla borghesia mercantilistica generalmente colta e fisiocratica di fine settecento, dell’ottocento e degli inizi del novecento. Risulta impensabile, infatti, che personaggi di spicco della vita economica, amministrativa e politica dell’Isola come i Calò, i Buffoluto, i De Cesare, i Lo Jucco, gli Acclavio, i Beaumont, i Galeota, i Delli Ponti, i Gennarini, senza contare gli ecclesiastici4, non conoscessero almeno nei rudimenti la nostra favella municipale, o che non intercalassero a vvùse nuèstre (all’uso nostro) espressioni dialettali efficaci per meglio ribadire idee e tornaconto personale. Il convincimento si rafforza nell’ottica dei compositi rapporti economici diretti e indiretti che “patrúne e prengepále”(padroni e dirigenti) dovevano tenere con sensali, operai, maestri d’ascia e carpentieri, contadini, pescatori e commercianti. Del tipo: Uagnú’, dàteve ’na mòsse ca nò jé súbbete; sendíteme sáne; havíte capíte ce vògghie cu ddíche?; quanne é’ ccréje scenníte prèste a ffatijá’ e ffacíte avené’ pure Ciccílle ’u stombacàuce (stomba-pigia = càuce- calce); méne, ca vóche de pèrse; nò vvide cu t’allíste?! (Ragazzi, datevi da fare, che non è presto; ascoltatemi con attenzione; avete capito cosa voglio dire?; quando è domani scendete presto a lavorare e fate venire pure Franchino l’operaio e della calce; forza, che vado di fretta; non vedi di far presto?!).
Dalla forte connotazione lacedemone5, il dialetto nostrano ha via via preso consistenza grazie alla sedimentazione dei contributi semantici e comunicativi rivenienti dalle innumerevoli invasioni e controlli militari che la nostra città ha dovuto subire nel corso di svariati millenni: Magnogreci – come già accennato - Romani, Visigoti, Ostrogoti, Longobardi, Bizantini, Saraceni, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Durazziani, Francesi, Spagnoli e Borboni.
Non posso che essere di accordo con chi sostiene che «preservare il dialetto significa anche preservare i valori umani ed etici che in essi si ritrovano e che costituiscono uno dei più forti tratti identitari di una comunità»6. La genuina qualità dell’assunto induce, tuttavia, a constatazioni che non lasciano molto spazio all’ottimismo. È indubbio, infatti, che una fascia di giovani compresa fra gli undici e i ventiquattro anni attinga dai distillati lessicali anglosassoni elargiti a profusione dai mezzi informativi di massa (tralascio la pletora di espressioni anglo-americane alloggiate ormai a pieno titolo nei dizionari correnti di lingua italiana). Si tratta in buona sostanza di “apporti” comunicativi che non di rado ci giungono zeppi di degenerazioni ortografiche e fonetiche, dovute perlopiù all’istintiva “italianizzazione”operata dai distributori nazionali d’informazione e, non ultimo, alla inadeguata competenza di taluni tra loro nell’utilizzo del veicolo straniero di espressione. Il tutto, preso così com’è (analfabetismo di ritorno), diventa oggetto di selezione e ulteriore rielaborazione lessicale da parte della iperattiva gioventù odierna. I neomanufatti linguistici così ottenuti vanno poi a confluire in un alchemico microsistema di comunicazione sempre più abbreviato e acronimizzato, oltre che in frenetica trasformazione, largamente utilizzato dai virgulti del terzo millennio per contattare dentro e fuori le loro multiformi cerchie, con l’ausilio delle moderne tecnologie a disposizione [e-mail, SMS, MMS, Messenger, Emoticon (emotion + icon = segno visivo che esprime emozione), ecc.]. In questo modo sono pressoché garantite l’opera di desertificazione del nostro idioma nazionale e l’evaporizzazione delle parlate locali, o la loro erosione, se si vuole rendere meglio l’idea negativa, (la sostanza non cambia). Italiano e dialetto implodono, quindi, nelle coscienze dei giovani, che così facendo diventano gli inconsapevoli artefici di una crisi linguistica davvero seria e reale. Perché, dunque, i ragazzi tarentini dovrebbero farsi spontanei promotori della conservazione del patrimonio di conoscenze insite nel loro dialetto, anch’essi, come è ovvio, perfettamente a proprio agio nell’uso di una dilagante lingua franca, così iperveloce nell’evolversi e in ogni caso sempre più tendente all’essenziale?! L’interrogativo è d’obbligo. E tanto il problema sotteso, quanto la sua ardua soluzione sfilano in passerella davanti a noi in tutta la loro allarmante pienezza. Che si sta facendo attualmente per evitare di lasciare interrato per sempre un “tesoro” che i più ignorano di avere in casa?! Gli sforzi degli intellettuali locali sono stati e continuano ad essere lodevoli in tal senso, per quanto moltissimo rimanga ancora da fare, a mio modesto avviso. Per la validità dei loro contenuti, mi piace citare le opere pubblicate dal Maestro Claudio De Cuia. Il fiore all’occhiello della parlata nostrana, credo - tra le innumerevoli opere dialettali da lui pubblicate - sia la sua straordinaria “’A Cummedie de Dande”7 , ascrivendogli altresì il merito di avere illustrato le regole basilari del tarantino nella sua validissima “Grammatica”8 . È altresì doveroso ricordare il certosino e quanto mai pregiato ed enciclopedico lavoro portato a buon fine dal prof. Nicola Gigante9 e la preziosa opera conservatrice attuata dalla decana attività poetica municipale dal Maestro Michele Pulpito, uno specialista di spicco della tarantinità presente e passata. La tensione emotiva e l’intensità sentimentale che tracimano dalle sue raccolte poetiche “… pe’ nu’ môre … e resuscete” e “Cande tarandine”sono davvero ammirabili10. Assai godibili e ispirati sono poi i sonetti di Domenico Cantore, sincero celebratore di questa nostra martoriata città11. E come non menzionare, infine, l’instancabile azione preservatrice dell’appassionato studioso della memoria popolare di Taranto Enzo Risolvo?!12
Le trasposizioni creative di “schegge” di Shakespeare, Catullo, Orazio, Nevio, Dante, Tennyson, Manzoni, Ungaretti, dei Vangeli di Matteo e Luca e di altri manufatti letterari, comportano naturalmente concreti pericoli di riduttività, per via delle strutture divergenti, degli impasti fonici e ritmici di cui le lingue originali di appartenenza sono pregne. Ma la tentazione era alta e tanta la presunzione e la voglia di mettermi in discussione. Il tentativo, ad ogni modo, è stato effettuato, per testimoniare in maniera seppure infinitesimale le enormi potenzialità espressive insite nella municipale, che nulla ha da invidiare ai celeberrimi dialetti della nostra nazione. La mia più grande speranza è che gli esperti autoctoni possano perdonarmi gli eventuali errori ed omissioni compiuti di certo in buona fede e ignoranza. Le indagini personali dedicate al nostrano dialetto sono state e continuano ad essere entusiasmanti, tuttavia non esenti - come è logico - da difficoltà e trappole radicate nell’apprendimento di qualsiasi lingua, pur genuinamente nativo di “Tarde nuestre” e con non pochi parenti risiedenti una volta nella città vecchia, che sin da piccolo ero solito andare a trovare, attraversando jòsere, làrie, strettelícchie, víche e pustèrvule (chiusi, larghi, stretti, vichi e postierle). Il tarentino, dunque, è da considerarsi un sistema comunicativo flessibile, che sa bene adattarsi ad ogni frangente letterario, nonostante siano numerosi tra noi a considerarlo parlata dalle inflessioni scogliose e opache, rispetto ai più quotati napoletano, romano, veneziano, milanese e genovese. Nel migliore dei casi al nostro dialetto si addebita carenza di gentilezza nel sonoro, ruvidezza di modulazione, pur concedendogli il beneficio di lingua a tutti gli effetti. A parte il fatto che ogni parlata locale d’Italia possiede le sue argentine insonorità, non è azzardato affermare che ci troviamo di fronte ad un impianto di interazione verbale certamente dotato di una propria fonetica, grammatica e sintassi, ma anche e soprattutto di un lessico più che mai variegato, dai toni musicali tanto teneri quanto sanguigni, che attinge dall’intimo tepore delle tradizioni culturali nostrane, formanti l’architrave di un’agenda di vita fitta di annotazioni ancestrali. Pier Paolo Pasolini, che compose tra l’altro poesie in dialetto friulano casarsese, affermò:
“…retrocedere” alla “lingua materna” appare … il modo più efficace per esprimere tutti i momenti sentimentali e appassionati dell'esistenza. Ma quella lingua non è assunta in sé: è utilizzata per rinverdire antichi modelli, tutti i possibili modelli illustri, né gergali né dialettali” 13
Invogliare, dunque, grandi e piccoli a parlare il nostro dialetto, contribuire alla sua diffusione quanto più è possibile, alla riappropriazione della sua culla territoriale – accettando con serenità l’avvento delle inevitabili evoluzioni semantiche e neologiche dettate dalle azioni della nostra vita quotidiana – deve oggigiorno più che mai rimanere la categorica ambizione operativa dei nostri maestri, oltre che costituire “un recupero dell’umano, un ritorno all’uomo, il cui margine di pensiero, di azione e di libertà rischia di divenire sempre più limitato14”.
La cultura è bellezza … Se ami davvero la tua terra coltiva la sua parlata antica e proteggila … essa è specie vivente in via di estinzione. Sarai più bello!
Enrico Vetrò
La nostra parlata, il dialetto di Taranto, è come un figlio che devi amare, nutrire, coccolare, vedertelo crescere giorno per giorno, sperando che il buon Dio gli conceda di vivere bene e a lungo … una creatura di cui andare fieri, sempre … un essere generoso, solenne … nel cui sguardo profondo e pieno di passato – quello nostro, dal quale proviene la sua vita – leggere che egli sarà comprensibile e benevolo nei nostri confronti, a tal punto da perdonarci senza riserve, quando egoisti e indifferenti come siamo, presi dal passo affrettato della vita quotidiana che debilita i nostri respiri, ci capiterà di trascurare le sue aspettative, o peggio, di dimenticare che egli è al mondo e di noi ha bisogno. Noi, padri e figli di iPod, palmari, cellulari, pen drive, TV digitale, e-book, e-mail, sms, mms, abbiamo disperatamente bisogno di serena e illuminante spiritualità - un bene che oggi scarseggia più dell’acqua e del petrolio - se non vogliamo morire prima di morire.
Taranto, Ponte Sant’Eligio (Ponte di pietra)
Farrésce ’u sole cu ’a malinguníje / c’a’ díje allísce cu ss’à pórte víje …/ nò vvéde
È alle prese il sole con la malinconia/ che il giorno accarezza per portarselo via …/ non vede
l’ore ’u pònde nuèstre bèlle / de durmè ’mbràzze ô máre cu lle stèlle … /
l’ora il nostro ponte bello/ di dormire in braccio al mare con le stelle …/
Te ’ndurtegghiésce ’u scuròrie de ’ngánde / pèrle c’a stòria nòstre a nnu’ ’nge cánde.
T’avvolge d’incantesimo l’oscurità / perla che la nostra storia ci canti(e.v.)


