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Il dialetto tarentino: voce fra due mari

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Espressioni idiomatiche tarantine

Come ogni altro idioma nazionale o autoctono, anche il tarentino presenta un variegato ventaglio di espressioni idiomatiche. Si tratta di arcipelaghi di parole che racchiudono significati del tutto dissimili da ciò che la loro immediata lettura potrebbe comunicarci a livello puramente interpretativo (quasi sempre oscura e/o assurda). Tanto per esemplificare, l’agglomerato verbale “gràvete a mmúle”(De Cuia)16, rende letteralmente l’equivalente italiano di “gravida a mulo”, che ci annuncia un concetto-immagine di primo acchito privo di senso. Il modismo, invece, serba gelosamente l’intimo significato di “sterile”, ossia di donna in stato interessante (“gràvete”), la stessa condizione in cui potenzialmente potrebbe ritrovarsi un mulo (“a mmùle”). Un assurdo. Di qui la più che evidente impossibilità di avere un figlio da parte della creatura femminile. La medesima locuzione idiomatica, infine, esprime nel caso specifico un immaginario “a latere”, giacché dissimula anche l’idea discostata di “gravidanza isterica”. Ecco una serie di campioni idiomatici:

  • À ffatte ’nu casìne quanne osce e ccreje [Ha fatto un casino quanto oggi e domani]= Ha fatto una grande putiferio.
  • A sàcche e fuéche [A sacco e a fuoco] = Immediatamente.
  • Á sendúte ’u fìezze d’u mìcce [Ha sentito la puzza di fumo della miccia (dell’esplosivo) accesa] = Ha capito l’inganno che cela la situazione in cui è venuto a trovarsi.
  • Bùss’a ccoppe e rresponne a spáde [(Nel gioco del tressette): bussa a coppe e risponde a spada)] = Agire in maniera del tutto differente da quanto è stato chiesto. Fare lo gnorri.
  • Ccè ppuèrte ’a cannàmele a strascenúne?=[Che porti la cravatta storta?]=Sei un maleducato e cafone.
  • Ccè ssì’tu’, ’u  fìgghie d’a jaddìna viànghe? [Chi sei tu, il figlio della gallina bianca?] = 1) Tu non devi costituire eccezione rispetto a un dato comportamento. 2) Sei il preferito e più fortunato degli altri?
  • Dàmme ’na bìrra pizzúte [Dammi una birra col pizzo appuntito]= Fammi bere una birra fredda con la brina fuori il bicchiere a mo’ di pizzetto di barba.
  • Fáre ’a fàccia laváte [Fare la faccia lavata] =  Mostrarsi solo in apparenza amichevole e disponibile nei confronti di qualcuno. Stare al gioco che non piace.
  • Fare ’u pistìdde a’ lènghe [Lett.: Fare il “pistìdde” alla lingua. Ossia, Ridurre la propria lingua come una castagna secca sbucciata] = Ripetere parola/e o concetto più volte sino alla noia.
  • Hònne chiatráte l’alije! [Si sono gelate le olive!] = È andato tutto storto! E non c’è alcuna maniera per rimediare.
  • Jé ’nna mènza cartùcce [È una mezza cartuccia(carica per armi)]=È una persona bassa di statura o gode di poca stima].
  • Jé ’nu faccijevèrde =[È una faccia verde. ( Forse per la credenza popolare che un viso color bile sia sinonimo di falsità e cattiveria.)] = È poco affidabile e in più ipocrita.
  • Jé ’nu muscemattéje=[(da mùsce/mogio+Matteo/personaggio popolare dell’Isola?!) È un mogio Matteo]= È  solo all’apparenza impacciato e lento nell’esprimersi e nel capire. In realtà furbo e ben informato su tutti e su tutto
  • ’nu spáre màzze [È  uno “sparo” rinsecchito. (Gli “spari” , ossia gli “scari”, sono pesci marini schiacciati, ricchi di scaglie e spine - dal greco “skàrjein” = saltellare - molto graditi al palato dei cataldiani. Quelli di Mar Piccolo si chiamano “surgetìjedde = sorcetti”, mentre quelli di Mar Grande vengono denominati “sparetìjedde = piccoli scari”. Gli esemplari grossi sono, infine, definiti con l’appellativo “varanguèdde” = “(?) dal collo grosso e variegato”. Quando sono pescati fuori stagione risultano magri e asciutti, quindi poco appetibili)]. L’accezione definisce una persona tutt’altro che magnanima nell’offrire o elargire al prossimo qualcosa di proprio.
  • Jé acque mbàcce a lle muèrte [È acqua in faccia ai morti]= È cosa inutile.
  • Jé frùsce de scópa nóve [È fruscio di scopa nuova] = Ora fa così, poi farà come tutti gli altri. (Riferito a persona che all’inizio di qualunque attività si mostra zelante e laboriosa. Il detto ha valore ironico, dato che in seguito lo stesso si comporterà come gli altri, risparmiandosi in ogni azione intrapresa).
  • Jé quèdda l’ogna sóve [È quella la sua unghia]= Tanto vale e basta.
  • Jìdde vuléve pàgghie pe’ ccìende cavàdde [Egli voleva paglia per cento cavalli] = Egli pretendeva grande soddisfazione in quella circostanza, perché fermamente convinto delle proprie azioni, idee che altri, invece, avversavano, ritenevano errate o non valutavano abbastanza. L’espressione sembra avere avuto origine dalla occupazione francese di Taranto nel 1809. Nello specifico, essa dovrebbe alludere al fatto che gli arroganti ufficiali invasori - senza andare tanto per il sottile - ingiungevano a benestanti e contadini locali l’immediata consegna di considerevoli quantità di paglia per foraggiare i cavalli delle loro milizie[17].
  • L’hè dáte ’ngápe/ Dalle ’ngápe! [Gli hai dato in testa / Dagli in testa!] = Le due espressioni, pur avendo in comune il termine “dare ’ngápe”, presentano connotazioni interpretative dissomiglianti. La prima, infatti, rende: hai indovinato, hai colpito nel segno. La seconda, invece, esprime: usa tutte le tue energie per convincere chi ti sta di fronte ed eventualmente controbattere a dovere le sue eventuali confutazioni. E ancora: Fai quello che devi fare impegnandoti al massimo.
  • L’hè dáte ’u gràsse [Gli hai dato il grasso] = Gli hai dato soddisfazione, confidenza.
  • Luáre ’a pàgghie da nànde o’ ciùccie [Togliere la paglia davanti all’asino] = Eliminare la causa di un determinato effetto (positivo o negativo che sia).
  • M’agghia accunzá’ a ccape a ttròcchele (devo conciarmi la testa a troccola)[18] = Devo prendermi una sonora sbornia.
  • Mená’ a’ rotte.[Gettare allo sfacelo]=Lanciarsi in qualche impresa in maniera scriteriata e senza considerare le conseguenze negative che essa potrebbe comportare.
  • Mená’ càuce. [Gettare calci]= Mostrarsi ingrato nei confronti di chi con disinteresse si è prodigato a nostro favore  elargendo di persona o facendoci concedere benefici e vantaggi di qualunque tipo.
  • Mená’ p’accògghiere [Gettare per raccogliere]= Dire qualcosa a qualcuno per verificare la bontà di una teoria o opinione personale in merito al nostro interlocutore o ad altre persone e/o eventi. Spesso la reazione o risposta di chi ci sta di fronte conferma quanto supposto.
  • Mèttere ’a cápe ind’a le rècchie [Mettere la testa nelle orecchie] = Prendere a cazzotti qualcuno. (La pittoresca espressione rende bene l’idea della conseguenza dell’azione violenta … !).
  • Mèttere ’a mìcce ’ngúle a’ zòcchele [Mettere la miccia nell’ano del topo] = Gettare benzina sul fuoco, stuzzicare qualcuno al fine di ottenere un’azione rabbiosa nei confronti di chicchessia.
  • Mètterse ’a fàcce ìnd’a mmèrde [Mettersi il viso nella cacca] = Provare vergogna. (L’espressione è usata per rampognare qualcuno che ha commesso un’azione riprovevole: Míttete a facce ind’a mmerde pe’ qquidde ch’è ffatte! Vergognati per quello che hai fatto!).
  • N’hame sciúte a acqua a’ ppìppe [Ce ne siamo andati ad acqua alla pipa. (La pipa gorgoglia quando il tabacco è finito.) =  Siamo caduti in miseria; non abbiamo più mezzi per sostentarci.
  • N’hé fritte vùrpe … e mmó’ pe’ ’na seccetèdde vué ccu ccànge l’uègghie  a’ frezzóle?! [Ne hai fritti di polpi … ed ora per una seppiolina vuoi cambiare l’olio alla padella friggitrice?!] = ( espressione indirizzata a persone spregiudicate che vogliono farsi passare per ingenue e inesperte). Ne hai combinate di tutti i colori … ed ora vuoi dare da vedere che sei un santerello/una santerella, come se ti accingessi a fare questo per la prima volta?!
  • Nnò mmànge pe’ nnò cacá’ [Non mangia per non liberarsi l’intestino] = Egli/ ella è molto avaro/a, eccessivamente parsimonioso/a.
  • Nnò ttègne manghe l’uecchie pe’ cchiàngere. [Non ho nemmeno gli occhi per piangere]=Sono al verde più che mai.
  • Nò ccòrrere a scappaceppúne [Non correre a scappa ceppi/cepponi (di vite o di quercia, quando vengono fatti rotolare per essere poi raccolti e trasportati)] = Non correre senza guardare dove metti i piedi, senza pensare. A latere: Non gettarti a capofitto in un’azione o impresa se non l’hai prima pianificata.
  • Nò ssápe níende d’u fiàsche de l’uègghie [Non sa nulla del fiasco dell’olio] = È un disinformato. Non è al corrente della situazione reale. Ignora cosa ci sia sotto.
  • Parlá’ c’u lìnge e squìnge [Parlare intercalando le parole - oscure per il popolino - “di qui” e “ ecco di qui” (“Linge” e squinge” sembrerebbero derivare dal latino“(ec)cu(m)” “hince = ecco di qui. Nicola Gigante, op. cit., pag. 448)] = La peculiare forma idiomatica è usata per segnalare un individuo che ama parlare con ostentata ricercatezza.
  • Pe’ ssij’ le càche ’a mòschele [Mai sia una mosca abbia a fargli un microscopico servizietto (sull’abito o sulla sua camicia bianca.)] = In senso figurato: commento di biasimo su persona che ostenta un atteggiamento di altezzoso distacco nei confronti del prossimo. In senso fisico: Commento di disapprovazione su individuo curato nell’aspetto, che indossa abiti eleganti. Costui sembra tenere ad ambedue le cose quasi a livello maniacale e fa di tutto per conservare il suo stato perfetto il più a lungo possibile. Nei rapporti con il prossimo rinforza l’atteggiamento porgendosi con voce e modi di fare affettati.
  • Quìdde fáče ’u cuggióne sott’a’ pètre [Quello fa il gobione sotto la pietra. ( Il “gobione”, è un pesce della famiglia dei Ciprinidi. Il nome gli deriva dal greco “kobios” = “ lett.: piccolo pesce di cui si fa un solo boccone[19]. Molto apprezzato dai tarentini, anche se oggi è cosa assai rara trovarlo ai mercati o nelle pescherie, è gustato fritto o appena lessato in acqua cu ’na cróce d’uègghie sùse, ca ’ccussì’ po’ t’azzùppe ’u pàne - con una croce di olio sopra (ossia, olio di oliva in quantità bastante a disegnare una croce a X nell’atto di versarlo sul cucinato), che così dopo puoi inzupparti il pane in quel brodetto. I pescatori cataldiani mi hanno sempre insegnato che sostanzialmente esistono due tipi di questo pesce:’u mugghiarúle (da mògghie = fango), che vive nel fango, in fondo al mare. E ’u varvarúle, (da vàrve = barba. Sulla spina dorsale alta porta dei filamenti che lo fanno sembrare barbuto), il quale si nasconde tra le alghe marine e gli scogli rimanendo immobile per non farsi catturare[20]. Di qui l’accezione che evidentemente proviene dal secondo tipo, indicando così una persona che apparentemente mostra di non essere al corrente di una particolare situazione o di fare lo gnorri.
  • Quiste vè’ a ppètre d’aniedde [Questo va a pietre (preziose) per anelli]= Costui è molto ambizioso.
  • Rombere ’u tíjembe [Rompere il tempo]=Piovere.
  • S’à ppegghiáte ’a máne cu le cìnghe  dèscetere [Si è preso la mano con le cinque dita]= Ha approfittato della situazione.
  • S’à ppèrse ’a lìste d’u naucáre [Si è perduta la carta del navigare /l’ordine del vogare]=Si è creato disordine e anarchia.
  • Sciaqquàrse ’a vocche.[Sciacquarsi la bocca]=Fare commenti poco piacevoli nei confronti di chicchessia.
  • Sciucá’ a scarecauaríle [Giocare a scaricabarile]= Fare in modo che si attribuiscano agli altri le proprie responsabilità.
  • Senza fa tanda irre e orre [Senza fare tante irre e orre(etimi di derivazione oscura)] = Senza perderti/si in chiacchiere.
  • Sènze cu ddíče nnò uzze e nnò azze [Senza che dica né uzze e né azze. Uzze =etimo incerto, probabile gioco di parola. Azze= cotone/ filo greggio di canapa]= Improvvisamente! Tutto ad un tratto.
  • Sté’ cchióve cu le zenzíne e ’a grangàsce [Sta piovendo con i piatti della banda e la gran cassa]=Piove a catinelle e con lampi e tuoni fragorosi.
  • Sté’ ffáče ’u tàgghia-tàgghie. [Sta facendo il taglia-taglia]=Sta sparlando di qualcuno alle sue spalle.
  • Sté’ parláte! [Sta parlato!]= Il terreno è stato già preparato (in merito ad una azione importante da intraprendere).
  • Móne se ne stè avíene cu le vasce caitáne. [Ora se ne sta venendo con i bassi Gaetani/se ne sta venendo con i coltelli bassi/ se ne sta venendo con i sotterfugi di Gaetani]. Una espressione idiomatica molto dibattuta. Il prof. Nicola Gigante nel suo dizionario (op. cit.)  propende per la seconda interpretazione, ritenendo errata la prima. Egli, infatti, è dell’avviso che il modismo si riferisca “al fare mellifluo e cerimonioso con cui uno si presenta per aggraziarsi l’interlocutore”. Altri autorevoli conoscitori della nostra municipale sostengono che trattasi di “un termine che nella nostra città si usa quando si vuole intendere di quelle persone che, con sotterfugi, cercano di far cambiare opinione ad altri. Il termine nasce in seguito alla venuta a Taranto (tanti anni fa) del vescovo Caetani che, con fare molto diplomatico e con sotterfugi (vasce), riuscì a modificare il numero dei canonici, senza suscitare polemiche. ”(Sulle sponde del Galeso”, http://galeso.blogspot.com/2008/03/ancora-proverbi-   tarantini.html).
  • Téne ’na canna puttáne. [Tiene una gola puttana]= È estremamente goloso. (Notare: il termine“puttáne”. Esso si usa in qualunque accezione tranne che nel senso di “prostituta”. In questo caso è usata la parola buttáne, con la quale túne t’ìnghie ’a vòcche!   
  • Téne l’uècchie quanne ’na chiesije e nnò véte ’a sacrestije  [Ha gli occhi quanto una chiesa e non vede la sacrestia] = Non si accorge di avere qualcosa molto in vista.  
  • Víjste ceppóne ca páre baróne [Vesti (in modo elegante) un grosso ceppo di legno e avrà l'aspetto di  un barone] = L’abito fa (!) il monaco.
  • Vogghie cu ssacce azze, file e pertosere [Voglio sapere cotone, filo e buchi]=Voglio sapere tutto per filo e per segno.

Barca a Taranto
Foto di Enrico Vetrò
Hagghie pigghiáte c’u sciabbechijdde ’nu picche de fravàgghie de Mare Masce.
(Ho preso con la reticciuola a strascico un po’ di pesciolini di frittura di Mar Grande)
(Bellissimo!)

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