150° Anniversario Unità d'Italia
Goffredo Mameli: scampoli biografici
I genitori erano Giorgio (Giorgio Giovanni), della famiglia aristocratica sarda dei "Mameli" o "Mameli dei Mannelli", nonché Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, contrammiraglio della Regia Marina Sarda, aveva percorso tutta la carriera nella marina iniziando da ufficiale, spostandosi per ricoprire la carica a Genova e parlamentare a Torino; la madre era Adelaide (Adele) Zoagli, della famiglia aristocratica genovese degli Zoagli, figlia a sua volta del Marchese Nicolò Zoagli e di Angela dei Marchesi Lomellini. Giorgio Mameli, il padre, aveva comandato a Genova una squadra della flotta del Regno di Sardegna le cui capitali erano Torino e Cagliari. Goffredo Mameli, docente nel collegio di Carcare in provincia di Savona, fu autore, all'età di 20 anni, delle parole del Canto degl'Italiani (1847), più noto come Inno di Mameli, adottato poi come inno nazionale italiano, musicato da Michele Novaro. Mameli venne presto conquistato dallo spirito patriottico e, durante i pochi anni della sua giovinezza, riuscì a far parte attiva in alcune memorabili gesta che ancor oggi vengono ricordate, come ad esempio l'esposizione del tricolore per festeggiare la cacciata degli Austriaci nel 1846. Nel marzo 1848 organizzò una spedizione per andare in aiuto a Nino Bixio durante l'insurrezione di Milano e, in virtù di questa impresa coronata da successo, venne arruolato nell'esercito di Giuseppe Garibaldi con il grado di capitano. Tornato a Genova riuscì a dedicarsi alla composizione musicale diventando contemporaneamente direttore del giornale Diario del Popolo e senza dimenticare di pubblicizzare le sue idee irredentiste nei confronti dell'Austria. La sua opera di patriota venne anche svolta: a Roma, nell'aiuto a Pellegrino Rossi e per la proclamazione del 9 febbraio 1849 della Repubblica romana di Mazzini, Armellini e Saffi; e in una campagna, svolta a Firenze, per la fondazione di uno stato unitario tra Lazio e Toscana. Nel suo continuo vagabondaggio si trovò nuovamente a Genova, sempre al fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale Alberto La Marmora, quindi nuovamente a Roma nella lotta contro le truppe francesi venute in soccorso di Papa Pio IX (che nel frattempo aveva lasciato la città). La sua morte avvenne in seguito a circostanze accidentali: nella difesa della Villa del Vascello, durante la breve Repubblica romana del 1849, fu ferito … in maniera non particolarmente grave … Morì fra le braccia della nobildonna infermiera Cristina Trivulzio Belgioioso (nda) per la sopravvenuta infezione il 6 luglio 1849 (alle sette e mezza del mattino. Nda) a soli 22 anni, all'ospizio della Trinità dei Pellegrini mentre dava l'assalto alla Villa Corsini sul Gianicolo dove erano asserragliati i Francesi. E che dire poi del suo disappunto?! “Morire in campo, sí” — diceva egli, irrequieto; — “ma qui, come un paralitico, no!” (A. G. Barrili – nda.). Fu sepolto al Verano, dove ancor oggi è visibile il suo monumento. Nel 1941 le sue spoglie vennero traslate al Gianicolo, dove il fascismo belligerante aveva spostato e ricostruito il "Monumento ai caduti per la causa di Roma Italiana" eretto inizialmente lì presso (nel 1879), nel piazzale di San Pietro in Montorio
Quanto al modo in cui Mameli fu ferito, si ha il riscontro storico di una pallottola di fuoco amico: “la tibia era stata spaccata per lungo fin sotto al ginocchio”. Tra l’altro anche il chirurgo del tempo Agostino Bertani (1812-1886) lo conferma nel suo Diario:
“Io vidi Mameli malato per la prima volta ai Pellegrini il dí 19 giugno 1849 alla mattina. Maestri mi pregò del consulto, presente la Belgioioso, Pastori ed alcuni, medici del Quirinale. (Era il nono consulto tenuto). Alla mattina del 19 conobbi Baroni, Burci, Benignetti, Ugliosi, ed altri cinque consulenti. Seppi dalla «storia» che Mameli era stato ferito il 3 giugno di palla alla gamba sinistra; e precisamente la palla entrò al terzo superiore interno, faccia anteriore della tibia, perforò l'osso ed uscí al di sopra della fibula, quasi in direzione dell'entrata. Seppi poi per indagini che la cura, della flemonasía andò come Dio vuole: e fra gli altri accidenti, i curanti s'accorsero parecchi giorni dopo della presenza di un turacciolo nella ferita. Un flemone condusse a gangrena la gamba.”
Lettera di Mameli a Nino Bixio dall’ospedale:
Fratello mio,
Due righe alla meglio, come concede il mio stato di semicrocifissione.
Se tu vai al Quirinale, ciò significa che ti alzi; in tal caso puoi ben fare un salto presso di
me. Non insisto, perché so che se lo puoi lo farai.
Anch'io chiesi di esser presso di te; non so quali ostacoli si presentassero.
La mia ferita va migliorando; però temo sarà una cosa lunga: pazienza! Consolami del mal umore che faccio, amandomi.
GOFFREDO. Spero combinerò qualche cosa per essere insieme. (Nota del commentatore: Questo biglietto, come si vede da ciò che scrive Goffredo della sua ferita, è anteriore, e di molti giorni, al 19 giugno 1849, nel quale apparve necessaria, e gli fu subitamente fatta, l'amputazione della gamba. Il Quirinale, a cui accenna il malato, era stato appunto trasformato in ospedale temporaneo, e il Bixio vi era stato trasportato).
Un presentimento di morte … “L’ULTIMO CANTO” - 1846
(A N. N.).
DEH, conforta il mio core, o tu che il puoi!
Deh, ch'io ti vegga anco una volta, e ch'io
Della vita e di me negli occhi tuoi
Beva l'oblío.
Il sospiro dell'anima secreta,
Che a te confido, ascolta: o cara, ascolta
Il sospiro del giovine poeta
L'ultima volta.
Come l'astro morente arde e balena,
Ferve l'anima mia rinvigorita
Nel bacio della morte, e in ogni vena
Freme la vita.
E già il mio spirto questa stanca argilla
Lascia, qual fiamma il tizzo incenerito
Già si confonde la vital scintilla
All'Infinito;
O si dilegui nel gran nulla, o brilli
D'eterna luce nella propria stella,
O in Dio, ai Cherubini si tranquilli
Fatta sorella.
Addio, per sempre addio,
Sogni d'amor, di gloria;
Addio mio suol natío;
Addio, diletta all'anima
Del giovine cantor.
Vedi, nell'ore estreme,
Alla tua cara imagine
Ancor si turba e freme,
E a te gli estremi palpiti
Serba morente il cor.
Alla cadente sera,
Quando la squilla agli uomini
Rammenta la preghiera,
Deh ti rammenti allor l'ultimo canto
Del giovine poeta: ei t'amò tanto!


