150° Anniversario Unità d'Italia
Il significato …
1) Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.
Fratelli italiani, l'Italia si è risvegliata e indossa di nuovo l'elmo di Scipione. Dov'è la Vittoria? Le porga i capelli in segno di sottomissione: Dio la creò schiava di Roma. Raccogliamoci in schiere compatte, disposti a offrire la nostra vita: è l'Italia che ci chiama.
La parola Italia echeggia qui due volte a breve distanza. Non è soltanto un espediente allitterativo nell’economia poetica della strofa. Il verseggiatore intende soprattutto sottolineare il concetto di fratellanza incastonato nell’amore di una patria ancora inesistente, il cui nome è gridato al mondo più volte con slancio tipicamente romantico-risorgimentale. L’Italia è la personificazione di una combattente che indossa l’elmo del condottiero romano Pubblio Cornelio Scipione - Scipio - detto l’Africano. Risulta più che evidente la cultura classicheggiante del giovane autore. E come la “caput mundi” (che qui rappresenta la nostra nazione) riuscì a sconfiggere a Zama (202 a.C.), nei pressi di Cartagine, i nemici giurati condotti da Annibale Barca nella Seconda Guerra Punica (219-202 a.C.), allo stesso modo Lei è pronta a combattere contro i suoi occupanti e padroni. Alla stregua di quanto accadeva ai tempi di Roma antica per gli sconfitti, la nuova Italia e Roma sollevate in armi invitano la stessa Vittoria a porgere il capo, la chioma (i capelli) in segno di sottomissione. Dio stesso lo ha stabilito da sempre. Si tenga presente che in epoca romana le donne ridotte in schiavitù venivano praticamente rasate a zero, per ben distinguerle da quelle libere. Nel ritornello l’Italia si appella a tutti i suoi figli validi, l’Italia chiamò. Costoro dovranno formare una schiera compatta di risoluti combattenti - stringiamoci a coorte (coorte=schiera. Era la decima parte della legione romana. L’esortazione richiama le parole “Formez vos Bataillons” nel refrain della Marsigliese francese) - pronti a dare la vita per la causa, se necessario, siam pronti alla morte.
2)Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Da secoli, ci calpestano e ci deridono, perché non siamo un vero popolo, perché siamo divisi. Ci raccolga un'unica bandiera, una sola speranza: quella di fonderci insieme. L'ora è già suonata.
Il poeta ribadisce la speranza, speme, che tutto abbia a tradursi in un’azione coordinata, oltre che in comunione d’intenti; non più procrastinabili, già l’ora suonò, se si vuole raggiungere la meta dell’indipendenza. Sotto un solo vessillo, unica bandiera. Diversamente, perché non siam popolo e siam divisi, i plurioppressori avranno gioco facile nel mantenere le cose politicamente invariate sul nostro territorio, e per di più ci disprezzeranno e scherniranno, calpesti, derisi, per l’incapacità di formare da sempre, da secoli, un fronte comune di lotta. Da notare che nel 1848 l’Italia era divisa in sette stati: Regno delle due Sicilie (di cui Taranto era parte), Stato Pontificio, Regno di Sardegna, Granducato di Toscana, Regno Lombardo-Veneto, Ducato di Parma, Ducato di Modena.
3)Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Uniamoci e amiamoci, poiché l'unione e l'amore rivelano il ruolo che essi ricoprono in seno al grande disegno divino. Giuriamo di rendere libera la terra in cui siamo nati. Con Dio liberatore di schiavi dalla nostra parte, chi può sconfiggerci?
In questa strofa si conferma sostanzialmente quanto è stato detto nelle stanze due e tre. Da notare il lessico religioso d’impronta prettamente mazziniana fratelli (figli di Dio), Signore, Dio. In definitiva, si sintetizzano i valori della Giovane Italia e della Giovane Europa (gli stati italiani sotto un’unica repubblica!). Questa parte della composizione ossequia i concetti di patria, onore, gloria, Dio, fratellanza e libertà, che furono i tipici ingredienti utilizzati dai nostri versificatori risorgimentali. Qui il per Dio è lungi da essere un’imprecazione blasfema. È un francesismo, che sta per da Dio/attraverso Dio, sostenitore dei popoli oppressi. La domanda retorica di chiusura rivela la fede incrollabile nella vittoria finale, oltre che certezza d’invincibilità.
4)Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
In tutta la Penisola, dalle Alpi alla Sicilia, Legnano è dovunque; ogni amante della patria ha il coraggio e la forza di Francesco Ferrucci; ogni bimbo d'Italia si identifica con Balilla; il suono di ogni campana sprona alla rivolta, come fu per i “Vespri siciliani”.
Mameli è bravo a sintetizzare quadri drammatici che coprono settecento anni di storia di dominazione straniera su tutto il nostro territorio, Dall’Alpi a Sicilia, (un riverbero verbale, a mio avviso, del Manzoniano Cinque Maggio, dedicato a Napoleone Bonaparte nel 1821: “Dall'Alpi alle Piramidi”). L’occupazione è tracciata attraverso precisi riferimenti, peraltro personalmente confermati. “Avete notato?” diceva “In una sola strofa c'è tutto quello che un Italiano non dovrebbe ignorare della sua storia; Legnano, Gavinana, Portoria, i Vespri di Sicilia. E quella Vittoria, che è stata creata da Dio schiava di Roma, che immagine stupenda!” (A. G. Barrili, op. cit.):
- 1176: battaglia di Legnano - i Comuni della Lega lombarda sbaragliano l'imperatore Federico Barbarossa.
- 1530: l’eroico capitano fiorentino Francesco Ferrucci muore a Gavinana, combattendo contro Medici, Papato e l’imperatore Carlo V, coalizzati contro la Repubblica di Firenze. "Vile! Tu uccidi un uomo morto!", sono le sue ultime parole, rivolte al turpe condottiero mediceo Fabrizio Maramaldo. (Ancora oggi il verbo intr. maramaldeggiare sta per infierire su qualcuno che non può difendersi!).
- 1746: Gianbattista Perasso, detto Balilla (=monello/ragazzo). L’appellativo potrebbe anche derivargli da Baciccia, adoperato a Genova come diminutivo di Giovan Battista o Gianbattista. Il 5 dicembre 1746 un drappello di soldati austriaci trascinava un mortaio per via Portoria. Essendo il pezzo d’artiglieria sprofondato nel fango, i militi pretesero con modi bruschi l’aiuto della gente del luogo. Fu un caporale, che alzando un bastone contro un popolano per farsi ubbidire, a causare lo scoppio della sommossa. Balilla, al grido dialettale “ca linse” [“che inizi” (la rivolta)], lanciò il primo sasso all’indirizzo della milizia, imitato immediatamente da tutti i presenti. I soldati abbandonarono il mortaio, dandosi ad una precipitosa fuga. Cinque giorni dopo la città risultava liberata dalle truppe austriache.
- 1282: una domenica pomeriggio a Palermo, dopo il rito dei vespri, i Francesi di Carlo d'Angiò vengono aggrediti da un gruppo di popolani inferociti, a causa di un comportamento irriguardoso di un soldato, tale Drouet, nei confronti di una siciliana accompagnata dal marito all'uscita della chiesa di Santo Spirito (frugò il petto della signora con la scusa di trovarle armi addosso). Costei cadde svenuta per l’onta ricevuta, mentre il provocatore veniva trafitto con la stessa sua spada da uno dei presenti. I tafferugli si trasformarono ben presto in rivolta, guidata da Giovanni da Procida. Tutte le campane chiamarono i Palermitani all’insurrezione. Era la sera del 30 marzo. Fu aperta la caccia ai Francesi. Per stanare quelli che per il timore di rappresaglie avevano indossato abiti civili, gli insorti mostravano loro dei ceci e chiedevano: “cosa sono questi?” E loro, non sapendo pronunciare la "c" dolce, rispondevano "sesi", e i Siciliani giù botte! Di lì a poco la cacciata dall'isola.
5)Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Le spade mercenarie si curvano come canne di paludi; l'aquila “bicipite”(con due teste, personificazione dell'impero austriaco), ha perduto le penne. Essa, alleata col cosacco - lo zar di Russia - si è dissetata del sangue italiano e di quello polacco, ma lo stesso sangue degli oppressi le ha incenerito il cuore oppressore.
Le spade mercenarie al soldo dell’invasore austriaco, le spade vendute, sono come giunchi che piegano (uso intransitivo assoluto di un verbo che solitamente è transitivo) di fronte ai patrioti italiani e polacchi. “L'Austria era in declino … Mameli lo sottolinea fortemente: questa strofa, infatti, fu all'inizio censurata dal governo piemontese. Come nell'Italia del 1796, l'alleanza austro-russa aveva represso la rivoluzione polacca del 1831, ma il sangue dei due popoli feriti si fa veleno, che dilania il cuore della nera aquila d'Asburgo”. (La Polonia insorse contro l’occupazione russa nel 1830, ma nel 1831 Varsavia fu conquistata dalle truppe dello zar Nicola I. Nel 1846 l’insurrezione della libera città di Cracovia fu brutalmente repressa dall’Austria. La sua annessione all’impero ne fu la logica conseguenza. Nel 1848 i polacchi diedero un grande contributo ai movimenti rivoluzionari in Europa conosciuti come “Primavera delle Nazioni”. In Italia, Adam Mickiewicz organizzò una legione polacca per aiutare gli Italiani nella guerra di liberazione contro gli Austriaci. Anche l’inno polacco, Mazurca di Dabrowski di Józef Wybicki, mostra un riferimento agli Italiani. Mameli sembra quasi presagire tali eventi, dato che l’inno nostrano fu composto nel 1847). L’aquila priva di penne e avvelenata dalle rivolte in Italia e Polonia, dunque, sembra essere l’iconica conclusione di un convincimento ben fermo nella mente del patriota: schierarsi contro i diritti dei popoli non paga mai e porta inesorabilmente alla disfatta. Si noti in questo passo delle sue Memorie come Garibaldi evidenzi identità di vedute col Mameli.
6)Evviva l'Italia,
dal sonno s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Il primo verso di questa stanza sottolinea con veemenza il patos patriottico del nostro poeta-soldato. Non poteva essere diversamente: una delicata copertura dorata su una cristallina bomboniera poetico-musicale regalata a tutti noi. La restante parte è l’eco della prima strofa che risuona infinita nel tempo, per ricordarci sempre i milioni di oppressi ed eroi per caso che si batterono e morirono! per consegnarci l’Italia UNA, LIBERA e INDIPENDENTE!


