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Microstoria della genesi...

Il poeta-soldato: Goffredo Mameli dei Mannelli (1827-1849)

Goffredo Mameli dei Mannelli

Il nostro inno è certamente tra i migliori delle varie nazioni, è un inno che va «alla carica» come i loro giovani autori andavano alla conquista della libertà e dell'indipendenza, con entusiasmo, semplicità e spontaneità. Mameli per questi ideali sacrificò la propria vita, lui che aveva avuto i natali da una famiglia ricca e che avrebbe quindi potuto avere una vita lunga e piena di agi. Morì difendendo l'esperimento mazziniano della Repubblica romana, ferito al ginocchio da «fuoco amico» mentre a cavallo sulle pendici del Gianicolo comandava una carica contro le truppe francesi del generale Oudinot, venuto a restaurare l'ordine precostituito. Gli fu estratta la pallottola ma un frammento di scheggia sfuggì ai ferri di un generoso ma poco attento chirurgo-soldato. La ferita così andò in cancrena, inutile fu l'amputazione della gamba, Goffredo Mameli morì in ospedale dopo alcuni giorni di atroci sofferenze il 6 luglio 1849 … In un mondo i cui simboli sono spesso solo cose che compriamo o usiamo, crediamo sia importante ed educativo per le giovani generazioni trovare simboli che diano il senso di appartenenza ad una comunità, che abbiano il valore evocativo della propria storia, del proprio passato, consapevoli che un paese che non ha memoria patria è come una persona senza passato. Non avere cognizione del proprio passato rende più difficile proiettarsi nel futuro.

Fratelli d’Italia nacque con il titolo di Canto degli Italiani nel 1847, generato da Goffredo Mameli allora ventenne. Qualche mese dopo la composizione giunse nelle mani dell’amico musicista Michele Novaro che riuscì a metterlo in note in una sola notte, tanto quei versi lo avevano entusiasmato. Ecco come andarono le cose:

...Scritto a Genova nel settembre del '47, l'inno «Fratelli d'Italia» fu vestito di note musicali a Torino, ma da un musicista Genovese. E qui, tanta fu la compenetrazione delle note con le parole, cosí felicemente trovato il largo giro della frase musicale in piena consonanza coll'ampiezza del pensiero poetico, e quello e questo cosí solennemente consacrati dal favor popolare, che non parrà ozioso il darne piú compiuta notizia. Michele Novaro, maestro di musica, nato a Genova nel 1822, ed al Mameli amicissimo, si era condotto a vivere da poco tempo in Torino. Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d'accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell'anno per ogni terra d'Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal Magazzari: «Del novo anno già l'alba primiera» al recentissimo del piemontese Bertoldi, «Coll'azzurra coccarda sul petto», musicato dal Rossi. In quel mezzo, entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l'egregio pittore che tutti i suoi Genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e vòltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: To', gli disse; te lo manda Goffredo. — Il Novaro apre il foglio, legge, si commove. Gli chiedono tutti che cos'è; gli fan ressa d' attorno. — Una cosa stupenda! — esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio.— Io sentii — mi diceva il maestro nell'aprile del '75, avendogli io chiesto notizie dell'Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli, — io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giú frasi melodiche, l'una sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai, scontento di me; mi trattenni ancora un po' di tempo in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio; presi congedo, e corsi a casa. Là, senza pure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo, e per conseguenza anche sul povero foglio: fu questo l'originale dell'inno «Fratelli d'Italia». Piacque, pei versi; — (e qui l'amico era modesto, come sempre, ed ingiusto con sé; ma l'Italia gli renderà la giustizia ch'egli voleva negarsi); — ed era cantato con entusiasmo. La polizia rincorreva come tante fiere tutti coloro che lo cantavano: ma già il popolo lo avea fatto suo; e in ogni moto, in ogni festa, ufficiale o non ufficiale, l'Inno faceva capolino. Fu proibito fino alla dichiarazione di guerra all'Austria; e da quel giorno, poi, tutte le bande militari lo suonarono. I soldati, quando partivano per la Lombardia, lo cantavano, alzando i caschetti sulla punta delle baionette. Un anno dopo, è vero, lo suonarono a scherno le bande militari nemiche, nello entrare in Alessandria. Ma non fece loro buon prò; che anzi.... Ma via, lasciamola lí, poiché la pace si è fatta, e noi siamo in casa nostra padroni. Tornando a que' tempi, io non vidi il Mameli se non a Milano, nell'aprile del '48. Si discorreva, in piazza del Duomo, di tutte le cose nostre genovesi, quando ad un tratto la banda Nazionale intuona il «Fratelli d'Italia». Un urrà generale si levò per la piazza; Goffredo ebbe come un lampo negli occhi, mi gittò le braccia al collo, e mi baciò. Fu l'ultima volta che lo vidi; e fu uno dei pochi baci ond'io serbo memoria». —L'inno «Fratelli d'Italia», rapidamente divulgato e cantato di città in città, di regione in regione, aveva fatto conoscere agli Italiani un nuovo e vero poeta

Il 24 novembre 1847, Novaro consegnò l’inno a Mameli. L’1 dicembre Fratelli d’Italia fu per la prima volta intonato in una assemblea popolare. L’incalzante melodia prese in breve piede nell’intera penisola, cantata da tutti i patrioti per sfidare Austriaci, Borboni e polizia papalina. Giuseppe Verdi lo inserì accanto alla Marsigliese e all'inno inglese God Save the Queen (allora Vittoria, 1837-1901), nell'Inno delle Nazioni, da lui composto in occasione dell'Esposizione Universale di Londra del 1864. Lo preferì alla Marcia Reale per simboleggiare la nostra patria. È bene ribadire che l’inno nazionale attende da oltre mezzo secolo di entrare ufficialmente nella Carta costituzionale del nostro paese. A tutt’oggi, quindi, rimane sospeso nel suo stato di provvisorietà!