il ponte tra la Puglia e l'Inghilterra

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Il Territorio

La scoperta di Taranto dei viaggiatori europei

In "Viaggio in Italia", Ed. ESTE, Milano, n.79, 2001, pp. 21 e segg

Città singolare,Taranto, per molti aspetti. Singolare per le sue origini leggendarie, per le sue tradizioni di cui restano tuttora tracce evidenti; singolare per una coesistenza nel paesaggio urbano di elementi antichi ed elementi moderni: gli uni agli altri affiancati senza apparente stridore di contrasti. Quale che sia la precisa origine - la data di fondazione di Taranto è comunemente fissata intorno al 706 a.C. - non seguiremo le turbinose vicende storiche della città ma cercheremo piuttosto di evidenziare, con l'ausilio di attendibili scrittori di ieri, quanto del lontano passato è sopravvissuto in epoche a noi più vicine.

Taranto

Potremmo cominciare dal romano abate Giovanni Battista Pacichelli, epistolografo ed agiografo di valore oltreché giurista e teologo insigne, vissuto nella seconda metà del secolo XVII, che ci fornisce utili indicazioni desumendole da personali osservazioni effettuate in occasione di quattro viaggi in Puglia. Sono indicazioni che costituiscono tessere di un mosaico intese ad illustrare "Il Regno di Napoli in prospettiva", opera pubblicata postuma che gli avrebbe procurato fama soprattutto in riconoscimento delle diligenti ricerche esperite. Ricerche che avvicinano a quanti si erano già occupati di Taranto, marginalmente o meno: da Varrone a Plinio, da Orazio a Marziale, da Giovenale a Polibio, da Macrobio a Strabone. Procedendo nella dotta illustrazione della città, il Pacichelli dopo aver rivelato che "ogni geografo più rinomato ne discorre", ricorda la consolidata voce pubblica secondo la quale l'apostolo Pietro e l'Evangelista Marco sarebbero ivi approdati per fare "fruttuose predicazioni" e beneficare le genti impartendo il Santo Battesimo. E se le strade appaiono, agli occhi dell'abate, alquanto sporche - è l'unica nota negativa, tra molti apprezzamenti - non sono trascurati i "buoni palazzi" e specialmente il Duomo, a tre navate sostenute da robuste colonne di marmo, che vanta la celebre cappella di San Cataldo, glorioso protettore cittadino. Non manca un accenno, nell'opera dell'abate,ad una fortunata attività dei tarantini, quella della raccolta delle cozze coltivate nelle acque del Mar Piccolo. Ad essa si affiancava la pesca di saporite ostriche ed altre specie di frutti marini,sospinti dal flusso delle onde verso il porto. Una pesca che si svolgeva in forma artigianale, con una tecnica risalente a migliaia di anni addietro.

Particolare, questo, posto in evidenza anche dall'inglese Henry Swinburne, il quale, visitando Taranto un secolo dopo il Pacichelli, confermò sostanzialmente le impressioni di quest'ultimo. Affrontate le impervie strade della Puglia, a cavallo e con un solo servitore per scorta, giunse nella città e mentre lo sguardo spaziava sull'incantevole panorama che gli si apriva dinanzi, non poté evitare amare considerazioni sulla decadenza di Taranto, in passato così fiorente sul piano economico da assumere, a giusto merito, il titolo di "regina" della Magna Grecia e dei mari. "Tutto era immobile in quel porto - scrive lo Swinburne - in cui usavano darsi convegno i navigli commerciali di mezzo mondo. Un'unica barca da pesca solcava quelle acque sulle quali un tempo aveva spiegato il proprio vessillo la potente flotta cartaginese". Ma non è il solo motivo di rammarico. "Di tutti i templi, gli stadi, i teatri e gli altri monumenti testimoni di gloria ed opulenza - prosegue lo scrittore - non una solo colonna è rimasta sull'altura ove sorgeva Taranto". Quanto alla cattedrale, che aveva suscitato così favorevole giudizio nel Pacichelli, per l'inglese essa "è di scarso pregio: ed è triste pensare che la cappella del santo patrono è stata decorata a spese di quasi tutti i monumenti della città antica. Le colonne di granito strappate ai templi in rovina sono state maldestramente raggruppate sotto la volta, inelegante di questa chiesa". Altro inconveniente segnalato dal prosatore britannico: "... la moderna Taranto non può più vantare quella salubrità in ogni stagione che l'aveva resa un tempo la delizia degli epicurei e dei vecchi. Una certa negligenza di coltivare il terreno e nel tenere sgombri i canali ha reso il suo clima non del tutto salutare durante i mesi caldi ...". Soddisfatto rimane invece per i frutti di mare autentica specialità locale, che assaggia in diverse qualità ed in gran copia "senza provare la minima difficoltà di digestione". Il gradimento è tale che vuole vedere di persona i luoghi da cui provengono così gustosi cibi.In compagnia di un vecchio pescatore tarantino, scende in mare per farsi indicare le zone di pesca ed illustrare i vari sistemi di raccolta del pesce. La scarsa curiosità si rivolge soprattutto ai vivai di "cozze nere" o muscoli, il prodotto più abbondante e preferito di quel mercato.

Ancora un secolo ed un altro autore illustre, Ferdinand Gregorovius, scende a Taranto, in due anni consecutivi, 1847 e 1875, come tappa di un lungo viaggio intrapreso per conoscere i luoghi ove prosperarono le colonie della Magna Grecia. Un viaggio "senza fatica e pericolo"; e non manca di rimarcarlo ponendo l'accento sulla diversità di condizione esistenti in passato: "Ancora pochi anni addietro un viaggio a Taranto era un'impresa così difficile che soltanto alcuni stranieri, scienziati, archeologi, hanno potuto vedere questa famosa città". Ed ecco Taranto; o per essere più precisi la grandezza tramontata di Taranto, già capitale politica, religiosa, culturale, artistica ed economica dell'ellenismo in Italia. Lo scrittore ne traccia un breve ma dettagliato profilo storico, sulla scorta della poche notizie pervenute dall'antichità; ne ricorda le personalità più insigni, dal pitagorico Archita, amico di Platone e geniale matematico nonché valoroso condottiero, a Lisia, maestro di Epaminonda, dai filosofi Aristosseno, Filolao ed Erito al matematico Nicomaco, dai poeti Cleante e Rintone ai musicisti Nikokles ed Eumeno. Ma l'ombra del declino della città incombe inesorabile nei secoli. Sottomessa e saccheggiata dai Romani, conquistata dai Goti e dai Bizantini, assalita dai Saraceni, dominata dai Normanni, dagli Svevi, dagli Angioini, dagli Aragonesi, dagli Spagnoli, incorporata nel Regno di Napoli, più volte distrutta e costruita dalle macerie: Taranto primeggia davvero per sconvolgimenti ed alterne vicende.

Di esse, e del trascorso splendore, restano poche tracce; se ne duole il Gregorovius che come lo Swinburne, nota un senso di squallore nel porto e, addentrandosi nella città, "alcune povere osterie, qualche caffè e negozio di sordido aspetto", indice inequivocabile di tanta miseria. Né migliore impressione gli provoca l'elemento umano: "la popolazione stessa mi sembra apatica, deperita senza speranza. E' come se si fosse addormentata su quell'isolotto millenario, sito fra i due mari, dimenticata, assieme alla sua storia, dal mondo e da sé stessa". Ma sull'opposto piatto della bilancia lo scrittore tedesco pone, con obiettiva imparzialità, un decisivo argomento: ed è quello del fascino di una "marina stupenda, grandiosa e di nobile aspetto", di un paesaggio così incantevole "da svegliare il desiderio di abitare laggiù, avvolti dal meraviglioso velo di quell'etere Ionio, lungi dalla confusione del mondo e dalle sue brutte passioni". Un desiderio che già espresse Orazio quando, passeggiando lungo le sponde del Mar Piccolo, scrisse le famose Odi a Settimio Severo; desiderio di potersi rifugiare in quell'angolo di terra, se le meschine Parche gli avessero negato l'amata Tibur.

Così apparve Taranto a tre celebri memorialisti degli ultimi secoli. Le opinioni talvolta concordano, talora divergono; non soltanto per il fatto oggettivo che una stessa realtà è stata osservata in tempi diversi ma, piuttosto, in conseguenza d'un soggettivo modo di cogliere la medesima realtà da parte di osservatori diversi. Un'appassionata testimonianza comunque, d'interesse e d'amore per una città che conferma, sul filo ininterrotto della storia, la sua straordinaria vocazione a mantenere onorevolmente la corona di "regina" dello Ionio.