il ponte tra la Puglia e l'Inghilterra

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Il Territorio

Il tarantismo visto dai viaggiatori europei

documentario la tarantata
Vedi il documentario La Taranta di Ernesto de Martino

Vi presentiamo una sintesi antologica accompagnata da commento dei diari di viaggio in Puglia scritti da diversi autori europei nel XVIII e XIX secolo.  Si tratta di opere che hanno dato valore al territorio e alla cultura della Puglia, nonché alla tradizione del tarantismo.

Gli autori sono stati inseriti per nazionalità, inglese, francese e tedesca.

Particolarmente spiccata è la curiosità nutrita verso l'Italia dagli Inglesi che sentono il richiamo del nostro paese, luogo essenziale del loro immaginario poetico e della loro stessa biografia.

Completare il proprio curriculum di studi con un viaggio all'estero era consuetudine fra i giovani delle famiglie aristocratiche europee. Il viaggio era accuratamente preparato e prevedeva la scrittura di una memoria in genere redatta al ritorno in patria. Veri e propri manuali di viaggio dell'epoca ci informano sulle fasi di preparazione dello stesso, sugli itinerari, sui luoghi da visitare e quelli da evitare.

Ma, per i viaggiatori dell'epoca, l'Italia finisce a Napoli, punta estrema del mondo civilizzato. Oltre quel confine si estende il regno della malaria, dei briganti, il deserto, l'arresto della storia. Da qui la necessità di capire chi sia il viaggiatore che osa scendere dall'Europa "civile" verso la nostra terra del silenzio. In verità, pochi osano venire da noi e quei pochi costituiscono oggi un patrimonio inestimabile per la storia della Puglia. Essi sono politici, diplomatici, militari storici dell'arte, archeologi, avventurieri, letterati, pittori, giornalisti e spesso, all'inizio della relazione si sentono in dovere di giustificare questo loro insensato viaggio.

Di particolare interesse  le osservazioni dei viaggiatori inglesi, Berkeley e Swinburne. Entrambi già conoscevano il tarantismo e sono osservatori diretti del fenomeno, in quanto assistono al rito. Molto importante è il loro contributo in quanto danno descrizioni molto dettagliate sul luogo e gli oggetti del rito. Grazie ai loro diari abbiamo una descrizione precisa degli elementi rituali nella cura domiciliare.

Janet Ross, invece, assiste ad una pizzica di corteggiamento, chiede informazioni sulla tarantola e sugli effetti del suo morso ed è la sola a citare la differenza tra il tarantismo "secco " e il tarantismo "umido" . La Ross trascrisse varie musiche, così come fece il Castellan, le cui Airs de la Tarentule sono oggi un patrimonio inestimabile per lo studio della musica del tarantismo. I viaggiatori francesi sono soprattutto scrittori, narratori, ad eccezione che per Leon Plaustre de Montifaut, grande archeologo dell'epoca che narra anche di una danza singolare alla quale aveva assistito a Baja.

Non ci sono riferimenti a fenomeni analoghi nelle terre di provenienza, ma solo accenni a similitudini riguardanti la musica. Ramage, per esempio cita un'antica danza scozzese, chiamata Pillow e il Von Riedesel cita altri balli, ma solo come balli ordinari presenti in vari Paesi, come il ballo svevo in Germania, il fandango in Spagna, il fiascone in Toscana. Il Von Riedesel trova spiegazione al fenomeno nelle condizioni ambientali e climatiche della Puglia.

Bourget ci informa anche su altre credenze popolari salentine, come quella del Lauro, più conosciuto dai salentini con i nomi di  "scazzamurrieddrhu"   o " municeddrhu".

Del tutto inesistenti sono però i riferimenti alla Danza delle spade.

 

INDICE DELLE OPERE

 George Berkeley, Viaggio in Italia, II Viaggio 1716-1720            

Janet Ross, La Terra di Manfredi, La Puglia nell'800    

Henry Swinburne,Viaggio nel Regno delle Due Sicilie

Crufurd T.Ramage, Viaggio nel Regno delle Due Sicilie

Antoine.L. Castellan, Lettere sull'Italia

Charles Didier, L'Italia pittoresca  

Lèon P. De Montifaut, Da Parigi a Sibari 

Paul Bourget, Sensazioni d'Italia

Johann H. Von Riedesel, Passeggiate in Italia

Ferdinand Gregorovious, Nelle Puglie

 

 

GEORGE BERKELEY

VIAGGIO IN ITALIA, SECONDO VIAGGIO, 1716-1720

George Berkeley effettua un primo viaggio in Italia tra il 1713 e il 1714, seguito da un secondo tra il 1716 e il 1720.

I diari di viaggio sono raccolti in 4 note-books conservati al British Museum tra i Berkeley Papers.

Diverse sono le motivazioni che lo spinsero ad intraprendere i viaggi. Prima fra tutte una grande ammirazione per la classicità e insieme il disprezzo per la svalutazione politica e morale di un'Italia che agli occhi degli stranieri appare come la "terra degli aranci, delle rovine, la terra dei morti" (A. Cecere, 1987). Berkeley aveva un grande amore per il passato e il desiderio di ritrovare nelle regioni meridionali d'Italia terre abitate da creature felici e primitive, quasi dei "buon selvaggi".

Un altro motivo è di natura medico-scientifica ed è il fenomeno del tarantismo sul quale all'epoca vi erano due teorie:

- la teoria controriformista che nel tarantismo vedeva una possibile azione demoniaca o degli spiriti maligni, teoria che trova il massimo difensore in A.Kircher, " Magnes, sive de arte magnetica libri tres" Roma, 1961;

- l'interpretazione medico-illuminista del problema della sindrome dell'aracnidismo che trovò la sua sistemazione nell'opera di G. Baglivi , De Anatome Morse effectibus tarantole, Lyon, 1704.

Berkeley conosceva entrambe le posizioni e aveva letto le pagine di un viaggiatore coevo Maximilien Misson, Voyage d'Italie. Le osservazioni registrate dovevano essere riferite all'amico e medico John Freind, che in quegli anni scriveva History of Phisics  ( Londra, 1725-26).

Berkeley è un osservatore attento, ma anche diffidente nei confronti di una riduzione controriformista del tarantismo. Ascolta il Padre Vicario guaritore, che gli racconta di un vino miracoloso contaminato dalla "lingua di un serpente impietrito trovato a Malta" o il prete albanese Faggiano (che non gli sembrava un impostore) che gli dice come il braccio morso si gonfia e guarisce solo alla morte della taranta.

Non sembrava possibile a Berkeley che il rito fosse un inganno o un pregiudizio dei poveri; oggettivamente lo spasimo e lucidità febbrile del tarantato non consentono, a un testimone oculare, di ritenere la danza un espediente: " Non credo ci sia simulazione; si tratta di una danza molto faticosa".

Gli scritti di Berkeley sfatano anche la posizione secondo la quale il tarantismo fosse un fenomeno delle classi contadine: " le donne vengono colpite, sia che appartengano alla nobiltà che al popolo: una cugina dell'abate Fanelli e la moglie del Ricevitore di Malta".

Berkeley segnala inoltre un certo scetticismo popolare quando ricorda come una contadina di Canosa si ridesse della storia dei morsi.

L'autore  appare comunque lontano dal prendere partito per la riduzione scientista come per il rituale demoniaco del gesuitismo.

Tratto da: VIAGGIO IN ITALIA, SECONDO VIAGGIO

( 1716-1720)

20 maggio  Barletta

(.) N.B. Il padre Vicario ci parla della tarantola. Aveva guarito diverse persone con la lingua di un serpente impietrito trovato a Malta: si beve il vino, in cuoi è stata bagnata la lingua, dopo il nono ballo, cioè l'ultimo, dal momento che si fanno tre balli al giorno per tre giorni. La malattia cessa solo con la morte della tarantola.Il male si contrae mangiando frutta morsa dalla tarantola.Il padre non crede che sia una finzione; ha guarito fra gli altri un cappuccino ed è inconcepibile che questi abbia finto solo per il piacere di ballare. Ogni paziente ha delle preferenze per il colore degli addobbi. Tutto questo riferito dal Padre Vicario. N.B. Il contadino a Canosa ci ha spiegato il suo modo di catturare la tarantola: bagna di saliva la punta di un fuscello di paglia e lo infila nel buco dove è rintanata la tarantola, così riesce ad estrarla. Un altro contadino aveva para dell'insetto; il compagno rideva e ci diceva che aveva preso la tarantola in mano senza che gli fosse accaduto nulla.(.)

23 maggio  Molfetta

L'ufficiale francese, l'abate Fanelli e un altro abate sono decisamente d'accordo sulla credenza della tarantola. Le donne vengono colpite, sia che appartengano alla nobiltà che al popolo: una cugina dell'abate Fanelli e la moglie del Ricevitore di Malta, per fare degli esempi. I taranti non ricevono sussidi, la musica ognuno se la paga da sé. I giorni della danza non sono limitati a tre. La scelta degli strumenti musicali dipende dai pazienti. Muovono i loro corpi lasciandosi orientare dai movimenti della tarantola che vedono riflessi nello specchio. L'ufficiale francese aveva visto una trentina di tarantati, a Foggia, danzare tutt' insieme. Si diceva che la tarantola si trova anche nella campagna di Roma. Don Alessio Dolone mi raccontava che i tarantati preferiscono i colori della tarantola e che conosceva una vecchia sessantenne, addetta ai lavori in un convento di monache, che ballava la tarantola, ecc. All'inizio non ci credeva, poi aveva finito per convincersi. Quanto al giorno stabilito per cominciare la danza, era d'accordo, insieme a un tale che era con lui, che non sempre coincideva con l'anniversario del morso dell'insetto; poteva cadere qualche giorno prima o qualche giorno dopo. Nessuna puntura si poteva vedere sul corpo del paziente

N.B." Mi darò fuoco come l'inglese"proverbio in uso, secondo Don Alessio Dolone.

Abbiamo assistito alla danza di un tarantato. Danzava in cerchio nella stanza e fissando ogni tanto lo specchio vi si dirigeva dritto e poi tornava indietro. Talvolta sguainava la spada e continuando a danzare faceva il giro puntandola sugli spettatori; mi si è fatto vicino più di una volta (ero seduto accanto allo specchio). Altre volte si piantava la punta contro il fianco, senza farsi male. Poi si fermava a danzare davanti agli accompagnatori musicali e faceva con la spada strani volteggi. Il tutto ci sembrava eseguito con troppa abilità e regolarità per essere i gesti di un matto. Le guance scavate, gli occhi dilatati, con l'aria di chi fosse in preda a un accesso di febbre. Si accorse che eravamo stranieri. La sala era addobbata di drappi di seta rossa e azzurra, in fondo lo specchio su un tavolo e accanto la spada sguainata (che si deponeva regolarmente dopo l'uso). Piante nei vasi adorni di nastri di diverso colore. Abbiamo assistito per mezz'ora alla danza, che durava da quattro ore e sarebbe continuata a intervalli fino alla notte. C'era una folla di spettatori. Molti di loro partecipavano alla danza e probabilmente pagavano anche la musica. Noi stessi abbiamo contribuito. L'inchino del tarantato, davanti a noi, non appena è entrato. Sembrava poco interessato ai colori degli addobbi. Il pericolo della spada.

Abbiamo anche assistito alla danza di una tarantata, che era figlia di un ricco notabile della città.La sala era a addobbata come l'altra, ama non aveva lo specchio e la spada. La ragazza danzava segnando il passo secondo la linea del cerchio. Un uomo portava un ramo fiorito tutto ornato di nastri variopinti, ma sembrava che lei non si accorgesse affatto del ramo, dei colori e degli astanti. Aveva l'aria assente e uno sguardo immobile e malinconico. Parenti e amici erano seduti tutt'intorno alla sala. Era la sola a danzare. Suo padre era perfettamente convinto che avesse contratto la malattia della tarantola.Diceva che era stata ammalata per quattro anni ed era rimasta a lungo a consumarsi senza che alcun medicinale potesse giovarle, quando una notte, sentendo suonare per strada il ritmo della tarantola, era saltata dal letto e aveva cominciato a danzare. Da allora il padre si era accorto di quale male soffrisse. Ci assicurava che fino a quel momento la ragazza non aveva mangiato niente per tre mesi, tranne qualche boccone che quasi sempre rimetteva. Ora, in base a quella esperienza, aspettava di vederla mangiare e digerire il giorno dopo, per la danza, credeva, eseguita in quel periodo dell'anno. Non più tardi di questa mattina, la ragazza era pallida come la morte. Tracce del morso dell'insetto non ce ne sono da nessuna parte, né si sa quando e come sia stata morsicata. Aveva quindici o sedici anni ed era tutta rossa in viso mentre eravamo li a vederla danzare.

28 maggio               Casal nuovo - Manduria

I francescani, tranne i Cappuccini, non vengono colpiti dalla tarantola e non la temono, perché l'insetto ha avuto la maledizione di San Francesco. L'abito francescano indossato per ventiquattro ore, guarisce il tarantato.

30 maggio               Taranto

Il tarantato che abbiamo visto danzare qui a Taranto non usava né lo specchio né la spada; batteva i piedi, urlava; pareva che ogni tanto ridesse; danzava in cerchio come gli altri. Il Console e gli altri ci dicevano che tutti i ragni tranne quelli con le zampe lunghe, quando mordono, provocano i normali sintomi, non tanto violenti quanto quelli dei grandi ragni di campagna. Il Console mi ha anche detto che la tarantola causava dolori e un grande livido tutt'intorno alla puntura per una parte estesa. Non credo che ci sia simulazione; si tratta di una danza molto faticosa. Si diceva che i taratati fossero in preda a una demenza febbrile e che talvolta dopo la danza si lanciassero in mare. Annegherebbero se non venissero soccorsi. Quando la tarantola muore nell'atto di mordere, il paziente balla soltanto per un anno; diversamente fino alla morte dell'insetto. Il console diceva che anche lo scorpione faceva ballare. Tutti i ragni, tranne quelli con le zampe lunghissime e quelli bianche e neri che si trovano nelle case. Tirar fuori dal buco la tarantola non è niente di straordinario, si riesce a farlo con un fuscello di paglia senza fischiare o sputare.

31 maggio     Faggiano

Il prete ci ha detto che se un braccio, ad esempio, è morso dalla tarantola, si gonfia. Ci ha inoltre confermato la credenza che si guarisce solo alla morte della tarantola.

Un prete a Spinazzola ci ha detto che in questa campagna si trovano tarantole; che le vere tarantole sono solo quei ragni dai colori particolari, che non lasciano segni e quindi il paziente non si accorge subito di essere stato morso.

 

JANET ROSS

LA TERRA DI MANFREDI (LA PUGLIA DELL'800)

A cura di Vittorio Zecchino, Lorenzo Capone Editore, Cavallino 1978

Janet Ross intraprende il viaggio in Italia nella primavera del 1888 alla ricerca di iscrizioni tombali. Ha un'educazione classica, storico - artistica, ma non è una specialista. Amante del medioevo, sia dell'arte che delle vicende storiche dell'epoca.

Le tappe del viaggio coincidono con i centri nei quali è possibile richiamare alla mente momenti ed episodi relativi a Federico II e a Manfredi della casa degli Hohenstaufen.

Viaggia in Puglia durante la Settimana Santa in compagnia di Carlo Orsi e Giacomo Lacaita al quale il libro è dedicato.

Il suo contributo alla tradizione è particolarmente importante in quanto trascrive tre canzoni: Riccio Riccio, Larilà e La Gallipolina.

Narra del primo approccio al ballo l'anno prima a Leucaspide  e in seguito all'incontro con Don Eugenio  Arnò , riferisce della tarantola.

Distingue tra "tarantismo secco " e "tarantismo umido", sottolineando per il primo l'importanza della presenza dei colori e per il secondo l'importanza dell'acqua nel cerimoniale.

Tratto da: La Terra di Manfredi ( La Puglia nell'800), trad. I. Capriati, p. 138- 140

" Quando fui un'altra volta a Leucaspide, l'anno prima Sir James Lacaita invitò tutte le donne che lavoravano alla fattoria ed alcuni muratori che facevano delle riparazioni nel giardino, ad una festa da ballo. Di quel ballo selvaggio, e di quel più selvaggio cantare che accompagnava il ballo, conservavo tale piacevole impressione, che pregai il nostro gentile ospite di offrire un nuovo trattenimento ai suoi lavoranti. Il tempo era splendido, la notte mitissima, per cui andammo tutti sulla "loggia" con un magnifica chiaro di luna - un chiaro di luna affatto meridionale - e fu ballata la " pizzica - pizzica " con tutto lo slancio, e la grazia abituale in quelle garbate popolazioni. Una lunga canzone d'amore viene detta cantando: l'uomo balla di fianco e gira dintorno alla sua ballerina, la quale tenendo con grazia il grembiale fra il pollice e l'indice di tutte e due le mani, sembra stia per poco a sfuggire il suo ballerino. Ad un tratto si gira un braccio sulla testa, e l'altro appunta arditamente sul fianco, mentre facendo schioccare le dita ed allontanandosi di un balzo, sembra sfidare il suo compagno a seguirla. Corrono allora tutti e due lungo la "loggia", l'uomo con la testa rovesciata indietro e gli occhi schizzanti fuoco per l'eccitamento, e gridando degli ha- ha mano mano che è più prossimo a raggiungere la ragazza. Poi, calmandosi, e ritornando sui loro passi, la prima maniera lusinghiera ricomincia, e molte volte finisce che l'uomo cade in ginocchio davanti alla fanciulla ciò che è segnale di grande approvazione e battute di mano del pubblico.

Se il primo ballerino è stanco, vien subito surrogato da un altro, e così per la ballerina; e perfino il nostro ospite cedette alla tentazione della musica e del ballo, e dimostrò che la sua lunga permanenza in Inghilterra non gli aveva impedito di rammentare i difficili passi della "pizzica - pizzica" di cui era stato - ci diceva ridendo e anelando - un appassionato ballerino.

La nostra orchestra si componeva di una chitarra, di un violino, e di una chitarra battente che ha cinque corde di metallo e che produce un suono così aspro e chiassoso, da far "ballare un bufalo", come essi dicono; di più un tamburello e la cupa cupa, che è una pignatta di terra cotta, sulla cui imboccatura è distesa fortemente un pezzo di pelle, attraversata da un bastone nel centro. Il suonatore comincia prima collo sputarsi due o tre volte nelle mani, e poi prende ad alzare e ad abbassare questo bastone nella pignatta con tutta la sua forza, producendo un rumore assordante e strano, e che rammenta un po' la cornamusa in lontananza.

Dopo che parecchi boccali di vino furono girati intorno alla compagnia, io proposi che si cantasse una canzone; ed uno degli uomini subito me ne cantò una, sentimentale non solo, ma anche parecchio stonata. Ciò non per tanto, destò l'ammirazione di tutti, perché - avevan cura di assicurarmi - era " scritta proprio in musica". Naturalmente a questa ammirazione io mi associai, ma pregai però di farmene sentire un'altra. Una canzone del paese " La Gallipolina " essendo stata scelta ad unanimità, un uomo me la cantò accompagnandosi con la chitarra battente. Trascrissi la musica e la conservo. Gl'intelligenti probabilmente la giudicherebbero brutta se la sentissero; ma io vi ritrovo un certo fascino strano, quasi come nelle musiche arabe. Inutile dire poi, che perde terribilmente adattata sul pianoforte.

Le parole sono queste:                

          La Gallipolina

          " Sono stato a Roma e m'aggio confessato

           A un padre vecchierello di Messina"

"Dimmelo,figlio mio, il tuo peccato?"

"Padre, ad una donna gli voglio bene"

"Zittiti figlio mio, tu fai peccato

Di amar la donna a te non conviene"

"Dimmelo padre mio com'aggio a fare

Se vuoi il cor mio, essa lo tiene"

"Allora figlio mio, sa che fare

Per penitenza le voglioli più bene."

(.)

Domandai anche a Don Eugenio delle informazioni circa la famosa tarantola. La stagione non era ancora ben avanzata, per poter noi vedere l'insetto -ragno, e gli effetti della sua morsicatura; ma tutta la povera gente e parecchie fra le persone più civili credono implicitamente al "tarantismo", a dispetto del sonetto che dice:

Non fu Taranta, né fu Tarantella,

ma fu lo vino della carratella.

Le informazioni che mi diede Don Eugenio, spettatore di centinaia di casi, differiscono da quelle avute da altri. Egli mi diceva: Esistono varie specie di quest'insetto che ha differenti colori, e vi sono due specie di tarantismo, quello umido e quello secco. Le donne, quando lavorano nei campi di grano, sono più soggette ad essere morsicate a causa delle poche vesti che portano addosso, durante il caldo eccessivo. Il male si annunzia con una febbre violenta, e la persona colpita di dimena furiosamente in tutti i versi gridando e lamentandosi. Allora subito si fanno venire dei musicanti, e se la musica che si suona non incontra la fantasia della tarantata ( o tarantato, vale a dire la persona morsicata), la donna ( o l'uomo) si contorce e si lamenta più forte, gridando " no, no, no questa canzone". I musicanti allora cambiano immediatamente motivo, e il tamburello strepita e picchia furiosamente per indicare la differenza del tempo. Finalmente quando la  tarantata trova la musica che fa per lei, si slancia d'un balzo e si mette a ballare freneticamente.

Se poi si tratta di " tarantismo secco", i parenti cercano il colore dell'insetto che l'ha morsicata, e le adornano le vesti e i polsi di nastri dello stesso colore dell'insetto, bianco o celeste, verde, rosso o giallo. Se nessun colore risponde a quello che si cerca, allora vien coperta da strisce di ogni colore, che svolazzano intorno a lei come essa balla, si dimena, si agita con le braccia per aria, da vera indemoniata. La funzione o cerimonia si comincia generalmente in casa; ma va a finire sempre per la strada, sia per il caldo, sia per la tanta gente che si raccoglie. Quando finalmente la "tarantata" si calma, vien messa in un letto caldo, dove dorme qualche volta sino a diciotto ore di seguito. Pel "tarantismo umido", i musicanti vanno a sedere per lo più vicino ad un pozzo, dove la tarantata viene irresistibilmente attratta; e mentre la disgraziata balla, un numero straordinario di parenti e di amici la inondano d'acqua, per cui, diceva Don Eugenio, " è incredibile la quantità d'acqua benedetta che viene consumata" E ne parlava con vero dispiacere, perché in Puglia non è difficile il caso, che il bestiame muoia in estate per mancanza d'acqua. Pare che il "tarantismo umido" sia quello peggiore, perché talvolta la febbre si prolunga a sino a settantadue ore; ma in tutti e due i casi, fui assicurata che se i musicanti non sono chiamati, la febbre continua indefinitivamente, e viene qualche volta seguita da morte.

" Vicino a Taranto" continuava Don Eugenio, "c'è un mastro muratore che conosco benissimo, il quale pieno d'idee moderne, beffeggiava chiunque gli parlasse di morsi velenosi della tarantola, e minacciava di battere le donne di casa se si fossero permesse di chiamare i musicanti in caso di morsi di tarantola. Sia stata fatalità, sia stato volere di San Cataldo, un bel giorno fu morsicato proprio lui; e dopo aver sofferto tutte le pene dell'inferno, con un a febbre indiavolata per parecchi giorni, finalmente mandò a chiamare la musica, dopo aver chiuso accuratamente tutte le porte e le finestre della casa. Ma il delirio fu tanto forte che con gran gusto di quelli che credono nel "tarantismo", spalancò la porta e si slanciò in mezzo della strada, gridando con tutte le forze che aveva" Hanno ragione le femmine! Hanno ragione le femmine!"

Per questo trascrissi la musica della tarantella che mi fu insegnata da un vecchio contadino che la suonava sul violino, accompagnato da suo figlio con la chitarra battente, e da un altro con la chitarra francese. Erano tutti e tre chiamati spesso per i " tarantati ", e mi assicurava che quel motivo aveva sempre un gran successo."

HENRY SWNBURNE

VIAGGIO NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

 (Viaggio da Reggio A Napoli)

Viaggia  in compagnia della moglie Martha Baker tra il 1777 e il 1780 e presenta un'attenta documentazione storica ed economica delle nostre regioni.

Nella prefazione afferma che scopo del suo viaggio è riferire con onestà intellettuale gli avvenimenti di cui fu testimone.

L'itinerario di Swinburne nasce in Campania e prosegue poi per la Puglia. Dapprima si ferma nella zona di Foggia, poi prosegue la costa in direzione nord-est, raggiungendo Lucera e San Severo. Dalla zona di Bari muove verso Taranto arrivando fino a Crotone, Catanzaro, Reggio Calabria da dove, su una nave francese, raggiunge Gallipoli.

Dopo aver visitato Nardò, Otranto e Lecce passa per Brindisi. Nella sezione dedicata a questa città, Swinburne scrive del suo "incontro" col tarantismo.

E' da sottolineare l'induzione alla danza. Swinburne, infatti scrive: "Riuscì a convincere una donna ch'era stata tempo addietro morsicata a recitare la parte di tarantata e a danzare in mia presenza".

Non si tratta quindi di una danza al momento della malattia, ma di una messa in scena per l'occasione:

"Furono convocati i suonatori e la donna, che in un primo tempo sedeva su di una sedia quasi accasciata, gettando un urlo terrificante, si alza di soprassalto e comincia a danzare stringendo un fazzoletto in mano. Man mano che il ritmo diveniva più vivace, si muoveva rapida e danzava con gran varietà di passi. La stanza in cui la danza si svolge viene adornata con grappoli d'uva e da nastri rossi, verdi o gialli; le "tarantate" si sciolgono i capelli, si gettano sulle spalle una sciarpa bianca." Le danzatrici appaiono a Swinburne assai simili alle baccanti che con slancio ed entusiasmo danzavano in tempi più remoti. Secondo Swinburne, con l'avvento del Cristianesimo tali orge bacchiche vennero soppresse, ma poiché spiaceva assai rinunciare ad un così apprezzato divertimento, le donne del luogo continuarono a danzare con il pretesto di essere state punte dalla tarantola.

Il realismo empirico di Swinburne non poteva ammettere altre possibili cause di un fenomeno piuttosto inspiegabile.

Se poi talvolta i soggetti agivano sotto l'effetto di un disturbo fisico, Swinburne riteneva che si trattasse di un attacco di nervi, una specie di "ballo di San Vito".

A sostegno della propria tesi Swinburne cita l'esperimento fatto dal Dott. Serao a Napoli che aveva esaminato attentamente una tarantola inviatagli a scopo di studio; il medico aveva dichiarato che il ragno non produceva altro danno se non quello comune a qualsiasi altro della sua specie. I brindisini al contrario sostenevano che le tarantole inviate a Napoli non erano della specie più perniciosa e che, comunque erano debilitate dal viaggio e dalla mancanza di cibo. Swinburne conclude le sue pagine dedicate al fenomeno affermando che, a suo parere, poteva attribuirsi al caldo eccessivo, ad un blocco della traspirazione, agli effetti deleteri del clima pestilenziale di alcune parti d'Italia; inoltre una passione naturale per la danza sembra a Swinburne essere una delle spiegazioni più plausibili del tarantismo.

Tratto da: Viaggio nel Regno delle Due Sicilie ( 1777-1780) , Sezione  LII, pp. 391- 396 in: A. Cecere, Viaggiatori Inglesi in Puglia nel '700.

 " Poiché mi trovavo nel paese della tarantola, volli fare un'indagine approfondita su questo insetto e su tutto ciò che lo riguarda. La stagione però non era ancora abbastanza avanzata ed i tarantati non avevano cominciato ad agitarsi. Riuscii a convincere una donna ch'era stata tempo addietro morsicata a recitare la parte di tarantata e a danzare in mia presenza. Furono convocati numerosi suonatori, ed ella eseguì la danza, come mi confermarono tutti i presenti, alla perfezione. Dapprima si mise a ciondolare stolidamente sulla sedia, mentre i suonatori eseguivano una melodia monotona e triste. Dopo qualche tempo essi trovarono finalmente il motivo capace di far vibrare le corde del suo cuore ed ella balzò in piedi con un urlo terrificante e prese a barcollare per la stanza come un ubriaco, stringendo un fazzoletto in entrambe le mani e sollevando ora l'una ora l'altra a tempo di musica. Come il ritmo divenne più vivace, i suoi movimenti si fecero più rapidi e cominciò a saltare qua e là con grande energia e varietà di passi, gettando ogni tanto altissime grida. Lo spettacolo era tutt'altro che piacevole e su mia richiesta venne interrotto prima che la donna fosse troppo stanca. Quando i tarantati vogliono danzare viene preparata per loro una stanza alle cui pareti vengono appesi grappoli d'uva e nastri. Le malate vestono di bianco e si ornano di nastri rossi, verdi o gialli, i loro colori preferiti; si gettano sulle spalle una sciarpa bianca, si sciolgono i capelli e spingono il capo all'indietro per quanto possibile. Sono copie esatte delle antiche baccanti. Le orge intitolate a Bacco, il cui culto era diffuso sulla terra più di qualsiasi altro, erano senza dubbio celebrate con slancio ed entusiasmo dai vivaci abitanti di questi climi caldi. Con l'avvento del cristianesimo la celebrazione di questi riti pagani venne proibita e le donne non poterono più sfogare la loro frenesia nelle vesti di baccanti. Poiché spiaceva loro rinunciare ad un così apprezzato divertimento, esse escogitarono altri pretesti, ed uno fu quello d'essere possedute dagli spiriti maligni. Il caso a sua volta fece forse scoprire loro la tarantola, e sotto l'azione del suo veleno le dame pugliesi si godono tutt'ora la loro antica danza, anche se il tempo ha ormai cancellato il ricordo del suo antico nome e delle sue origini. Questa secondo me è la genesi di un così singolare costume. Se talvolta i soggetti agiscono realmente o involontariamente sotto l'effetto di un disturbo fisico, ritengo si tratti di nulla più che un attacco di nervi, una specie di ballo di San Vito. Sono tanto più incline a questa idea in quanto da queste parti innumerevoli sono le chiese e i luoghi dedicati a questo Santo. Molte persone sensibili di questa città hanno opinioni diverse da quelle del Dott. Serao o di altri autori  i quali hanno messo in ridicolo il disordine simulato, e affermarono che il veleno di questa specie di ragno non può produrre nessun effetto se non quelli che sono comuni anche a tutti gli altri. I Brindisini dicono che le Tarantole inviate a Napoli per l'esperimento non erano della specie vera, ma di una molto più grande e più innocua, e che la lunghezza del viaggio e la mancanza di cibo avevano indebolito il loro potere così tanto da permettere al dottore, o ad altri, di porre il loro braccio nella borsa dove venivano tenute senza pericolo. Essi citano molti esempi di persone morsicate mentre dormivano nei campi durante i mesi caldi, che crescevano fiacchi, stupidi, privi di coraggio e di flessuosità, fino a che il suono di una tonalità preferita non li spingeva a ballare e ad espellere il veleno. Questi argomenti hanno poco peso per me, perché essi riconoscono che le persone più anziane venivano infettate più frequentemente di quelle più giovani e che la maggior parte di esse erano donne, e per di più celibi. Nessuna persona appartenete all'aristocrazia fu mai colta in vita da questa malattia, né vi sono esempi del fatto che possa provocare la morte.

La lunghezza della danza, e la capacità del paziente di sopportare una tale enorme fatica nella stagione canicolare, non prova niente,; perché ogni giorno, in quel periodo dell' anno, i contadini possono essere visti mentre danzano con uguale spirito di perseveranza, sebbene non pretendano di essere colti dal Tarantismo. La malattia può perciò essere attribuita all'isteria, al caldo eccessivo, ad un blocco della traspirazione, e ad altri effetti dovuti al dormire fuori della porta nella calda aria estiva, che è sempre estremamente pericolosa, se non mortale, in molte parti di Italia. Si è scoperto che l'esercizio violento può essere una cura sicura per questo sconvolgimento, secondo la tradizione, sebbene ala data e le circostanze di questa scoperta siano state a lungo sepolte nell'oblio; una passione naturale per la danza, l'imitazione, l'usanza del paese ed un desiderio di riscuotere contributi dagli spettatori, sono probabilmente i motivi reali che ispirano i Tarantati. Prima degli esperimenti di Serao, si dimostrò che " la Tarantula " era innocua, da esperimenti fatti nel 1693 da Clarizio, e nel 1740 a Lucera da altri naturalisti.

La Tarantola è un ragno della terza specie della quarta famiglia di Linneo, con otto occhi; il suo colore è comunemente grigio molto scuro, ma varia a seconda dell'età e del cibo. Il volume della parte anteriore è quasi il doppio rispetto alla parte posteriore; la parte posteriore del suo collo è alta, e con zampe corte e carnose. Vive in campi sterili, dove i terreni sono incolti, ma non molto duri; e per la sua antipatia per l'umido e l'ombra, sceglie come sua residenza la parte più alta del terreno che si affaccia verso est. La sua dimora è profonda quasi quattro pollici, e ampia mezzo pollice; nel fondo è curva, e l'insetto si annida nel tempo umido, e ne esce fuori se l'acqua vi penetra. Tesse una rete all'imbocco del buco. Questi ragni non vivono che un anno. In luglio lasciano cadere la pelle, e procedono alla riproduzione, che, per una comune sfiducia, in quanto esse frequentemente si divorano l'un l'altra, è intrapresa con grande circospezione. Le tarantole depositano 730 uova che si schiudono in primavera; ma il genitore non vive per vedere la sua progenie, poiché muore presto in inverno. La mosca icneumone è il loro più formidabile nemico."

CRUFURD TAIT RAMAGE

VIAGGIO NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Crufurd Tait Ramage scelse, per visitare l'Italia, il 1828, epoca in cui Francesco I cercava invano di ristabilire l'ordine in un regno infestato da società segrete che complottavano per restaurare la Costituzione del 1820. Il momento scelto non era dunque il più propizio, ma il giovane Ramage era deciso ad affrontare qualsiasi pericolo, armato solo del suo bravo ombrello e di un'insaziabile curiosità. Il resoconto del suo viaggio è raccolto in The Nooks and By-Walks of Italy (Angoli Reconditi e Strade Remote In Italia) e Wanderings in Search of Ancient Remains and Modern Superstitions (Vagabondaggi alla Ricerca di Antichità e di Superstizioni Moderne).   

Tratto da: Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, 1966, p.319-322

"Ero curioso di sapere cosa poteva dirmi il frate cappuccino a proposito del tarantolismo, uno strano fenomeno naturale nel quale si era fermamente creduto, e per vari secoli, in molte parti d'Europa. Esiste un ragno, noto ai naturalisti col nome di tarantola, di cui ve ne sono moltissimi in questa parte d'Italia. Si dice che il morso di questi insetti produce effetti simili a quelli di una febbre maligna e che chi ne rimane vittima può essere guarito solo a suon di musica. Alcuni autori hanno persino elencato le musiche più adatte a curare i "tarantolati" come si chiamano questi ammalati.Ricorderai forse quello che dice in proposito il Berni ( II.17) nel suo Orlando Innamorato:

     

"Come in Puglia si fa contro al veleno

Di queste bestie, che mordon coloro,

Che fanno poi pazzie da spiritati;

E chiamasi in vulgar Tarantolati;

E bisogna trovar un,che sonando

Un pezzo, trovi un suon che al morso

 piaccia;

Sul qual ballando, e nel ballar sudando

Colui, da se la fiera peste caccia"

Il frate mi disse ch'era strano che un'idea simile si fosse radicata nella mente di molti, ma che ciò poteva spiegarsi sia per l'ignoranza dei tempi, sia per la bricconeria degli uomini.

Questo ragno è il phalangium, di cui parla Plinio, che dice che esso possiede un veleno maligno. Il frate mi disse pure che, in certe circostanze, ed in alcuni soggetti, il morso di questo ragno può provocare violente convulsioni. I nativi di questa zona d'Italia sono considerati, sia per il gran caldo al qual vanno soggetti, sia per i cibi di cui si nutrono, particolarmente sensibili alle malattie di natura isterica. Amano molto la musica e quando parecchi giovani si uniscono per fare quello che da noi in Scozia chiamiamo "stramberie", si eccitano a tal punto che potrebbero venire scambiati per i discendenti delle sacerdotesse di Cibele, le cui danze frenetiche sono rappresentate sui vasi antichi.

Il cappuccino prestava poca fede a tutti i racconti straordinari che si fanno rispetto ai tarantini ad eccezione che alcune manifestazioni che si attribuiscono al morso del ragno si fanno presenti in soggetti costituzionalmente isterici. Sono i giovani che rivelano questi sintomi. Per quanto riguarda i cibi, il frate mi disse che i crostacei abbondano ed anche le lumache, con le quali fanno una zuppa. Questi cibi eccitano il sistema nervoso e sono causa, secondo lui, di quel nervosismo al quale i suoi compatrioti vanno spesso soggetti. Non vi è dubbio che anche la musica contribuisce ad eccitarli ed egli si diceva convinto che l'esercizio violento della danza alla quale si sottopongono riesce a calmarli per mero esaurimento fisico. Il pensiero dei più intelligenti dei suoi compaesani, rispetto alla bricconeria che spesso va di pari passo con simili manifestazioni, è egregiamente espresso nei due versi che di solito accompagnano l'aria che si suona per i "tarantolati":

               

      Non fu Tarantola né Tarantella,

      Ma fu lo vino della carratella.

E' interessante tracciare la storia di una simile aberrazione, fin dove ce lo consente la tradizione. Il buon frate conosceva bene gli autori antichi del suo paese ed aveva scoperto un'allusione alla medesima nelle opere del Malaterra e precisamente nel brano in cui l'autore descrive l'attacco sferrato, nell'anno 1064, dai Normanni contro Palermo. Egli dice che i normanni erano accampati su un monte sopra la città e che ebbero a soffrire molto per i morsi delle tarantole, ma non dice che siano ricorsi alla musica per curarsi.

Il primo scrittore che dà un resoconto dettagliato degli effetti prodotti dal morso della tarantola e ne descrive la cura, è Nicola Perotto di Sassoferrato, Arcivescovo di Sipontum nelle Puglie, che visse intorno al 1450. Egli parla pure di molti altri autori che danno notizie altrettanto precise e forse ancora più circostanziate in proposito, eppure anche lui pensava si trattasse di illusione, o peggio ancora, di una mistificazione. E' curioso poi notare che Esichio, il lessicografo, vissuto intorno al 389 d.C. fosse a conoscenza degli effetti provocati dal morso del phalangius. L'italiano colto, oggi si vergogna di credere a simili fandonie e nega che il phalangius provochi effetti di questo genere sul sistema nervoso, come erratamente credevano gli antichi.

La mia graziosa ospite ha trascritto di proprio pugno una descrizione della "Pizzica" una danza tarantina. Sono certo che ne avrebbe potuto anche dare una dimostrazione pratica, e con maggiore successo, nella sala da ballo. Te la copio con le sue stesse parole, e ti accorgerai che è molto simile ad una vecchia danza scozzese, un po' volgare che si chiama Pillow (Cuscino) ma che non si usa più da quando è venuta di moda la quadriglia, questa si può ancora vedere qualche volta, in occasione di balli rustici. Ecco quanto ha scritto al mia gentile ospite: " Una donna incomincia a carolare da sola, dopo qualche istante getta un fazzoletto a colui che il riccio le indica, e lo invita a danzare con lei. Lo stesso capriccio fa licenziare questo ed invitarne un altro e poi un altro ancora, finché stanca va a riposare. Allora rimane al suo ultimo compagno il diritto di invitar altre donne. Il ballo continua in tal modo sempre più variato e piacevole. Guai al male accorto la cui curiosità lo fa segno al tiro del fazzoletto perché né la sua inespertezza, né la sua grave età, può essere di scusa; un dovere di consuetudine l'obbliga a non rifiutare l'invito.".

Tale la Pizzica dei Tarantini e ti lascio immaginare quali possano essere i suoi divertenti sviluppi."

ANTOINE-LAURENT CASTELLAN(1772-1838)

LETTERE DALL'ITALIA, 1819

Antoine-Laurent Castellan (Montpellier 1772 - Parigi 1838), pittore e letterato, è autore di paesaggi storici e vedute dei paesi orientali in cui ha soggiornato. Più apprezzato come scrittore che come pittore ha collaborato al " Moniteur" e alla Biographie universelle di Michaud.

Amico di Byron, è una delle personalità artistiche del so tempo. Autore delle seguenti impressioni di viaggio: Lettres sur la Morée( 1801),

Lettres sur la Grèce, l'Hellespont et Constantinople (1811), Moeurs, usages et costumes des Othmans (1812), Lettres sur L'Italie.(1819).

Viaggia in Puglia dal 15 agosto al 28 ottobre 1797, giungendo a Otranto da Corfù. Prosegue per Brindisi, Monopoli, Polignano, Mola, Bari, Giovinazzo, Risceglie, Trani, Barletta, Ordona, Ariano.

Originale è il contributo dato da Castellan nello studio del tarantismo.

Nelle Lettres sur L'Italie, dedica alla tarantola una lettera in cui descrive gli effetti del pizzico, la terapia coreutico-musicale con le sue modalità, tentando inoltre una storia della malattia.

Il tarantismo, benché susciti non pochi sospetti d'impostura, non è per questo meno reale "pas moins réel". Anzi, il tarantismo è causa di guai per le ragazze perché rende difficile una possibile sistemazione matrimoniale e inoltre la terapia è assai costosa. I "musiciens" vengono pagati almeno un ducato al giorno per un periodo oscillante fra i quattro e i sette giorni o quanto meno per un tempo sufficiente alla catarsi della crisi indotta dalla tarantola.

Castellan riferisce di essere stato testimone visivo della terapia coreutica - musicale a Taranto.

"Passando dal lungomare, siamo stati colpiti dalla folla che si accalcava alla porta di una casa dove si udiva musica. Ci fanno spazio e c invitano anche ad entrare in una stanza bassa che serviva, da parecchi anni, e in un simile periodo, da teatro alle formalità osservate per la guarigione della puntura della tarantola.  (. i muri (.) erano ornati di ghirlande di foglie, mazzolini di fiori, (..) erano stati persino appesi, di tanto in tanto, degli specchietti e dei nastri di tutti i colori (..) l'orchestra occupava un angolo: era composta d'un violino, d'un basso, di una chitarra e d'un tamburo basco." (p.163)

Il Castellan ritiene opportuno far conoscere le arie musicali raccolte che, ci informa, "sono sempre le stesse e il loro movimento, dapprima molto lento diventa progressivamente molto vivo e rapido." Attraverso una prima trascrizione da parte di uno degli esecutori, provvisto quindi di una buona cultura musicale, grazie alla mediazione di Castellan , Le Airs de la Tarentule, otto in tutto, vengono allegate all'ultimo volume delle Lettres sur L'Italie. Tutte le airs, si presentano come allegro, salvo la prima (grave) e l'ultima (presto).

Il Castellan abbraccia la teoria secondo la quale il tarantismo è una malattia connessa ai poteri dell'immaginazione e della fantasia.

Ginevra, la tarantata che vede ballare, "non era stata punta dalla taranta anche se non ne era persuasa". La tragica fine del suo amato e il conseguente tentativo di suicidio la gettarono in uno stato di apatia che si trasformò in alienazione. Attribuire il suo stato al morso della tarantola faceva sperare in una risoluzione del suo stato melanconico maniacale grazie al ballo e alla musica che, effettivamente, distendono.

Tratto da: Viaggiatori francesi in Puglia nell'800, G Dotoli,  F. Fiorino, p.123-167.

LETTERA IX

Tarantola, effetti della puntura. Guarigione dal tarantismo con la danza. Formalità osservate a questo riguardo.Storia della malata.

" Si è spesso messa in dubbio l'usanza bizzarra di far danzare per parecchi giorni di seguito, e col pretesto di guarirle, le persone che sono state o che si credono punte dalla tarantola. Siamo stati testimoni di questa pratica. Posso dunque affermare l'esistenza, pur senza garantirne i risultati.

Si sa che la tarantola è una specie di ragno che prende il nome dalla città di Taranto, dove essa è, si dice, molto comune. Se ne trovano in alcuni altri posti del Regno di Napoli; ma quella della Puglia è la più dannosa, soprattutto durante l'estate. Si sostiene che, dopo essere stato punto, il malato non tardi a cadere in una profonda malinconia, e muoia, a meno che non sia soccorso. Di tutti i rimedi usati, il più efficace, ed anche il solo che guarisca completamente, è la musica.

La puntura della tarantola è mortale? Non ci sono, per guarirla, altri rimedi che suoni armoniosi e l'esercizio della danza, o il pericolo non esiste che nell'immaginazione esaltata dei malati?

Se si consultano i malati del paese, affermativamente alle due domande, e parecchie opere dotte possono fornire nozioni molto estese su questo argomento. Quanto all'ultima proposta, la storia che mi hanno raccontato sembra confermare l'opinione di coloro che credono che la puntura del grosso ragno di Taranto è una favola, e che la maggior parte di coloro che pretendono di esserne affetti, lo sono in realtà da una specie di mania malinconica, di cui un esercizio violento e i suoni della musica possono dissipare momentaneamente i sintomi, se non guarirla completamente. Gli antichi consideravano anche la musica come rimedio a calmare l'effervescenza del sangue e l'asprezza degli umori e quando questa risorsa era impotente, si faceva ricorso alle magie, cui la moltitudine dava la più grande fiducia. Si sa che le Asclepiadi affrancarono l'arte di guarire da quelle puerili superstizioni. Tuttavia, i moderni aggiungono ancora una qualche fiducia all'efficacia della musica come rimedio calmante: si citano parecchi esempi di questi effetti, tra gli altri quello del musicista celebre che una febbre continua, riacutizzandosi, aveva gettato nel delirio. Nel calore dell'accesso, chiese di sentire un concerto. Alcuni amici presenti gli cantarono una cantata di Bernier: fin dai primi accordi, il viso del malato assunse un'aria serena, i suoi occhi si tranquillizzarono, le convulsioni cessarono, egli versò lacrime di piacere: appena finito, egli ricadde nello stato di prima. Non si mancò di continuare ad usare un rimedio il successo era sì felice. La febbre e il delirio erano sempre sospesi durante i concerti; e il malato ricavava dalla musica un sì grande sollievo, che egli faceva cantare e persino ballare giorno e notte i parenti, e perfino la persona che lo vigilava.

Ritorniamo al tarantismo e ai suoi sintomi. La malattia che si attribuisce alla puntura della tarantola, potrebbe essere causata anche dalla natura del clima, dall'aridità del terreno, dalla rarità dei boschi e dal caldo eccessivo. In effetti, queste cause tendono a sviluppare e a rendere dannose parecchie altre indisposizioni; è anche riconosciuto che l'idrofobia regna in Puglia più che altrove; e l'aria calda e umida, e la sua pesantezza in estate, fanno sì che le più piccole malattie in questo paese diventino mortali.

Ma il tarantismo, che si è creduto l'effetto di uno spirito colpito, non è meno reale, secondo l'opinione di dotti medici; ed ecco le ragioni per cui non si può fingere di ritenerlo un gioco: chi è stato punto dalla tarantola non tarda a cadere in una profonda malinconia e in un totale abbattimento; il suo viso assume un aspetto cadaverico, la respirazione è molto difficile, prova languori di stomaco ed angosce, le membra gli si intorpidiscono, il corpo emana un sudore ghiacciato e gelatinoso, gli occhi, fissi e immobili sono coperti da un velo, il respiro e il polso diventano sempre più deboli, comincia a perdere conoscenza; infine, egli perde ad un tratto i sensi e muore se non gli sono stati portati in tempo i dovuti soccorsi.

Certo, un simile stato non si può certo fingere e non si deve sospettare il malato di impostura, a meno che egli non vi trovi un certo vantaggio: ora, questa malattia rende un gran torto, soprattutto alle ragazze, per la loro sistemazione; inoltre, il rimedio della musica è molto costoso, poiché si paga almeno un ducato al giorno ai suonatori, senza contare il medico, e poiché il malato balla da quattro a sette giorni di seguito. Per il resto, quest'esercizio, invece di rendere le ragazze e le donne più belle, le sfigura; alcune, prima molto belle, diventano in quest'occasione molto sgradevoli; infine, si crede che il male sia periodico, e che esso ritorni tutti gli anni fino ad un'età avanzata: così si ha ben cura, nelle famiglie di ceto sociale elevato, di nascondere alla gente la conoscenza di un simile caso; e se una ragazza è punta dalla tarantola, la si fa ballare in un luogo appartato e lontano da tutti gli sguardi.

Quindi, né per interesse né per piacere, si fa ricorso ad un rimedio dispendioso, il quale getta un tale discredito su coloro che ne usufruiscono, che a Taranto e nelle altre città della Puglia, quando si viene a sapere che una donna è stata colpita da tarantismo, e che ha ballato per guarirne, si crede di recarle offesa venendo a suonare sotto le sue finestre i motivi atti alla guarigione della malattia.

C'è qui l'idea che i malati rifuggano la società, cerchino l'acqua con avidità e vi si precipitino persino, se non vengono sorvegliati; si crede anche che essi amino essere circondati di oggetti dai colori molto vivaci. Ma io non ho notato la loro pretesa avversione al blu e al nero. I nostri vestiti blu e i nostri cappelli neri non sembravano produrre la minima impressione sulla malata di cui sto per parlare, né sugli spettatori, che ci hanno persino invitato a ballare con lei.

Si pensa comunemente che quando la persona ha perso conoscenza, si fa venire un suonatore che prova diversi motivi molto allegri su uno strumento; e, quando ha incontrato quello che piace al paziente, si vede ben presto quest'ultimo muoversi con una certa cadenza, alzarsi e mettersi a ballare. Qui non ho appreso nulla di simile e ci hanno assicurato che i motivi usati da molto tempo per la guarigione del tarantismo erano sempre gli stessi, e che il loro movimento era dapprima molto lento e diventava sempre più intenso e rapido. Del resto, lo si può giudicare; poiché ho incaricato uno dei suonatori di prenderne nota e di darmi una copia.

Lascio da parte questi particolari, che comunque ho creduti necessari, e riprendo la narrazione, che offrirà le cose in un modo più rapido e più pittoresco, e soprattutto nello stesso ordine che avevano quando sono passate sotto i miei occhi.

Passando sul lungo mare, siamo stati colpiti dalla folla che si accalcava alla porta d'una casa dove si udiva musica. Ci fanno spazio e ci invitano anche ad entrare in una stanza bassa che serviva da parecchi anni, e in un simile periodo, da teatro alle formalità osservate per la guarigione della puntura della tarantola. I muri di questa grande stanza erano ornati di ghirlande di foglie, di mazzolini di fiori e di pampini con i loro frutti: erano stati persino appesi, di tanto in tanto,degli specchietti e dei nastri di tutti i colori;una compagnia numerosa sedeva intorno all'appartamento, e l'orchestra occupava un angolo: era composta da un violino, d'un basso, d'una chitarra e d'un tamburo basso.

Ballava una donna: aveva solo venticinque anni, e gliene avresti dati quaranta; i suoi tratti regolari, ma alterati da un'eccessiva magrezza, gli occhi spenti, l'aspetto triste e abbattuto contrastavano con la sua toilette molto ricercata e variopinta di nastri e merletti d'oro e d'argento; le trecce dei capelli erano sciolte, e un velo bianco le ricadeva sulle spalle; ballava senza sollevarsi, con noncuranza, girando senza posa su se stessa e molto lentamente; le due mani tenevano le due cocche di un fazzoletto di seta movendolo al di sopra della testa, che talvolta rovesciava all'indietro: in quello stato, ella ci offriva assolutamente la posa di quelle baccanti che si vedono su certi bassorilievi antichi.

Il motivo che si suonava in quel momento era languido, cadenzato, e ripetuto da capo fino a sazietà. Dopo si cambiò motivo senza interrompere il tempo; questo motivo era meno lento e un terzo divenne più intenso, precipitoso e saltellante. Questi brani di musica formavano una successione di rondò o quello che noi chiamiamo pot porri. Si passava dall'uno all'altro; ritornando infine al primo, per concedere un po' di tregua a colei che ballava, e permetterle di rallentare il passo, senza però smettere di ballare; ella seguiva il movimento della musica; e, come la musica si animava, lei si agitava e girava con più intensità; ma il sorriso non tornava sulle labbra esangui, la tristezza continuava ad essere stampata nello sguardo, rivolto ora verso il soffitto, più spesso verso terra, oppure a caso, senza fissare nulla, benché si cercasse di distrarla con ogni sorta di mezzi. Le offrivano fiori e frutta; lei li teneva un momento in mano, poi li gettava; le presentavano anche fazzoletti di seta di diversi colori; lei li scambiava col suo, li agitava in aria per alcuni istanti e li restituiva per riprenderne altri. Parecchie donne della compagnia hanno in seguito partecipato e ballato con lei, in modo da attirare la sua attenzione e da ispirarle gioia, ma senza potervi riuscire. Il violento esercizio che lei sembrava prendere a malincuore con una sorta di trascinamento irresistibile, doveva stancarla molto; il sudore le scendeva dalla fronte; il petto era affannoso, e ci hanno informato che tale stato sarebbe terminato con una completa cessazione delle facoltà; che allora la si doveva trasportare a letto; che l'indomani, al suo risveglio, avrebbe ricominciato a ballare e che i giorni seguenti avrebbero usato lo stesso rimedio, finché le fosse stato procurato un sollievo.

Lo spettacolo aveva qualche cosa di penoso e mi ha molto più intensamente colpito quando ho appreso la storia di quella malata interessante. Ella non è stata punta dalla tarantola, benché ne sia persuasa, e la si lascia nell'errore per nasconderle o per farle dimenticare la vera causa del suo stato, e per non toglierle ogni speranza di guarigione.

Ecco l'origine dell'alienazione di Ginevra; è, credo il nome della malata.

A vent'anni, senza essere la più carina delle ragazze della sua età, si faceva notare per una fisionomia provocante e molto espressiva; la sua bocca era vermiglia e attraente; i suoi occhi neri erano piene di fuoco; la figura era più flessuosa e naturale che aggraziata; il carattere, buono e sensibile, era volubile; spesso gaia fino al delirio, si abbandonava poi ad una tristezza vaga e senza motivo; esagerata in tutti i sentimenti, esasperava l'amicizia verso le compagne fino all'eroismo, e la sua indifferenza per gli uomini era vicino al disprezzo: così, si doveva prevedere che, se avesse amato una volta, sarebbe stato con veemenza o per tutta la vita. A vent'anni il momento non era ancora arrivato: per sua disgrazia, arrivò anche molto presto.

Un giorno, sola con i suoi pensieri malinconici, passeggiava sulla spiaggia deserta di Patrica; un temporale aveva reso l'aria più fresca e il mare, ancora agitato, faceva arrivare le onde sulla spiaggia. Una barca, essendosi quasi schiantata, si era appena arenata: vi era un uomo solo. Partito dal porto di Durazzo per tendere le reti, verso il centro del canale un colpo di vento aveva squarciato la vela; il timone gli si era rotto tra le mani e, giocattolo delle onde, la barca era stata spinta sulle coste d'Italia. Stremato di fatica, morendo d'inedia, pensava alle sue disgrazie, quando la ragazza accorre, gli tende una mano pietosa e si offre di condurlo verso la casa di sua madre, la quale esercitò nei suoi riguardi, premurosamente, i doveri dell'ospitalità.

Quest'Albanese era giovane; era infelice; sembrava sensibile e riconoscente: Ginevra credeva di abbandonarsi al piacere puro, ma tranquillo, che procura la generosità, mentre l'amore si insinuava già nel suo cuore sottoforma di pietà.

Ma il giovane Albanese, combattuto dal desiderio di rivedere la patria e dal tenero interesse che lo legava alla sua benefattrice, parla infine della partenza. A questa parola un guizzo di luce colpisce, fulmina Ginevra riguardo i suoi sentimenti; ella vi riconosce l'amore dall'angoscia che le fa provare l'idea di una separazione, la quale era lontana dal suo pensiero; onesta, ma in preda alla passione, non è più padrona di nascondere il suo turbamento e dà libero sfogo a tutta la violenza dei suoi sentimenti; ma esige da quello straniero che lei adora il sacrificio della patria e dei legami indissolubili. Senza esitazioni, egli acconsente. Allora lei stessa insiste per la sua partenza dall'Italia, dove egli non può stabilirsi senza consultare la sua famiglia. Viene fissato il giorno del ritorno, e Ginevra deve attenderlo sulla costa, proprio nel posto in cui gli ha salvato la vita.

Fedele alla parola ella si reca qui molto prima dell'ora stabilita; conta i minuti, che passano con una lentezza esasperante. Ma il sole tramonta già: inquieta, cammina sulla spiaggia con gli occhi rivolti verso il mare: interroga i flutti; il più lieve soffio di vento, la più piccola nube temere una nuova tempesta. Il giorno finisce, il cuore le si stringe, e l'oscurità, di cui la natura sta per vestirsi, rende buie anche le sue idee; finalmente scopre un punto nero all'orizzonte: esso avanza; è una barca; corre in cima ad una roccia e agita un velo incarnato, che è il segnale stabilito. Subito lo stesso segnale viene issato all'estremità dell'albero; non può più dubitarne, quel battello le porta l'innamorato.

Infatti il felice Albanese s'era imbarcato su una scialuppa ornata di tutti gli attributi della gioia. Gli alberi erano imbandierati e le vele d'un bianco splendente. Dei musicanti, seduti a poppa, facevano risuonare la riva di note gaie; e la sua famiglia, che l'Albanese stava per lasciare, onde stabilirsi nella patria della sua sposa, veniva ad affidare a Ginevra la cura della felicità del figlio, a depositare la sua modesta fortuna e i mobili necessari alla nascente famiglia.

La barca avanzava come in un trionfo verso le coste italiane: già il suono degli strumenti giunge alle orecchie di Ginevra sfiorando le onde, ne calma l'inquietudine e le infonde nel cuore speranza e sicurezza. La navicella si avvicina: l'amore rende il suo occhio più penetrante; essa distingue, riconosce lo sposo che le tende le braccia; crede di sentirlo quest'illusione le strappa una risposta.

Ma ad un tratto un rumore sinistro rimbomba nell'aria; una galera barbara viene fuori da dietro una roccia sporgente, che la nascondeva agli sguardi. I numerosi remi si alzano cadenzati, ricadono all'unisono, imprimendo alla galera un movimento rapido. Simile all'avvoltoio, essa plana sulle onde e si dirige verso la preda. A questa vista, inaspettata quanto funesta, Ginevra è colta da un triste stupore; lo spavento prende tutte le sue facoltà, solo gli occhi serbano un resto di vista: essi seguono i movimenti contrari delle due imbarcazioni.

La fragile scialuppa fugge, e grida di spavento e di dolore hanno sostituito le note gaie. Il giovane e coraggioso Albanese impegna i compagni ad opporre una resistenza che deve risultare vana. le ombre della notte scendono su questa scena di desolazione e la nascondono agli sguardi dell'infelice Ginevra, che cade esamine sulla riva.

Molto tempo dopo egli esce come da un profondo sonno: apre gli occhi, ma la luce del giorno glieli fa presto richiudere. Non può muoversi, paralizzata dal freddo del mattino. Ma la mente prima confusa, le ripresenta la scena del giorno prima; allora, sconvolta, fa echeggiare la costa della sua disperazione; guarda la distesa del canale; nessuna imbarcazione corre sulle onde; per lei non c'è più felicità né speranza; la sua mente si sente perduta, e dall'alto della roccia, si getta in mare.

Avendola vista, dei pescatori si affrettarono a venire in suo aiuto, e la trasportarono morente da sua madre. Quel gesto di disperazione fu seguito da una lunga apatia e da una marasma, che degenerò una alienazione mentale. Ginevra aveva dimenticato la causa delle sue disgrazie; attribuì il suo stato alla puntura della tarantola. Si coltivò quest'idea, facendole sperare che l'esercizio della danza e gli accordi della musica, che effettivamente calmavano l'agitazione dei suoi sensi, l'avrebbero finalmente guarita da quella mania malinconica."   

CHARLES DIDIER

ITALIA PITTORESCA, 1845.

Charles Didier (Ginevra 1805 - Pargi 1864), è pubblicista e scrittore di origine svizzera, che esercita l'intera sua attività in Francia. Nel 1827 inizia un viaggio di tre anni in Italia, che lo porta a Firenze, Roma, Napoli e nell'intero sud. Diventa così un fervente ammiratore degli Italiani e un difensore della nostra causa, partecipando ai movimenti liberali del Risorgimento.

Alla continua ricerca del successo che non giunge mai, né come scrittore né come giornalista, pubblica memorie di viaggio  (La campagne de Rome, 1842; Une année en Espagne , 1837) volumetti dedicati alla causa italiana (Coup d'oeil sur la statistique morale et politique d'Italie 1831; Les trois principes: Rome, Vienne, Paris, 1832; La question sicilienne, 1849), romanzi (soprattutto Rome souterraine, 1833 incentrato sull'attività dei Carbonari).

Visita l'intera Puglia; notevole il fatto che giunga a Gravina e Altamura.

Il brano è tratto dal testo tradotto per la prima volta da Fulvia Fiorino L'Italie pittoresque, par MM. De Norvins, Ch. Nodier, a.Dumas, Ch. Didier, Welckenaer, Legouvé, A. Royer,Berlioz, R. De Beauvooir, Auger, Lemonnier, paris A. Ledoux 1845, pp.41-56.

La sezione d'interesse è Terra d'Otranto. Capo di Leuca. Taranto, tratta da: F. Fiorino, G. Dotoli, Viaggiatori francesi in Puglia nell'800, vol. Schena, Fasano, 1985-87

Narra della tarantola e del suo morso velenoso con evidente scetticismo e ritiene preziose le informazioni e le tesi fornitegli da medici e scienziati.

Tratto da: Viaggiatori Francesi in Puglia nell' 800, G. Dotoli, F. Fiorino, pp.270-271

" Taranto ha dato il nome ad un insetto, divenuto celebre sotto il nome di Tarantola, e ad una danza indigena, che non lo è meno in Europa, sotto il nome di Tarantella.

La Tarantola, su cui si sono fatte tante storie, è una specie di ragno, al cui puntura produce in realtà un'irritazione nervosa che la musica allevia. Quando trova un corpo sano, al ferita non è dannosa; ma, se incontra un germe viziato, l'irritazione diviene cronica e non guarisce affatto. Un medico della zona mi ha dato in proposito preziose informazioni; lui stesso si è fatto pungere al braccio; provò i sintomi nervosi di cui ho appena detto, con un gran malore allo stomaco; ma guarì dopo alcuni giorni. Gli scienziati considerano in genere favole tutto ciò che si è raccontato sulla puntura della Tarantola, come causa del tarantismo, o bisogno smodato della danza, che va fino allo sfinimento. Forse bisogna qui intravedere una di quelle associazioni di idee così comuni presso i popoli dall'ardente immaginazione. Si saranno associati con un legame di causa a effetto, due distinti fenomeni, i quali non hanno altro rapporto se non di apparire negli stessi luoghi: all'esistenza della Tarantola si sarà appoggiata l'esistenza della Tarantella!

La Tarantella! Tutti la conoscono; è una danza vulcanica come le emozioni che esprime; è la storia d'una passione meridionale in ogni età, in ogni sua fase. Ogni gesto è un'idea, ogni posizione un sentimento. Prima la danza è ritenuta pudica, chiusa, meraviglioso emblema delle lotte intime d'un amore silenzioso; poi, quando la passione dilaga e trionfa, essa si anima, s'abbandona alla passione e, da timida che era, diviene audace. Pur resistendo, essa attacca; pur indietreggiando, essa avanza, trascina e, tale una baccante ebbra, una baccante in delirio, si dà ciecamente al piacere. Per apprezzarne la poesia, il cui eroe è l'amore, che si vede nascere, aumentare, lottare e vincere, bisogna veder danzare questa poesia sotto i cieli che l' hanno ispirata e dal popolo che l'Italia l'ha composta. Le belle Tarantine; bisogna vederle volteggiare sull'erba, con le nacchere in mano, a suon di chitarra e di tamburo basco indigeno; non si può altrimenti gustare, né capire la Tarantella.

 

 

LEONPALUSTRE  DE MONTIFAUT

DA PARIGI A SIBARI, 1868.

Léon  Palustre de Montifaut ( Saivres 1838 - Tours 1894) è uno dei più grandi archeologi francesi.

 Studioso del rinascimento francese, collaboratore della "Gazette des Beaux Arts " e Presidente della Società Francese di Archeologia e della Società archeologica della Turenna.

Viaggia in Puglia nel 1867. E' a Foggia il 17 marzo, proveniente dal Molise. Visita l'intera Puglia, spingendosi fino a Venosa. E' a Taranto, in partenza per la Calabria il 28 marzo.

Viene nel Sud per dimostrare che in architettura e nelle arti i Francesi sono superiori agli Italiani, ma resta incantato dalle bellezze della nostra terra.

Il testo, tradotto da Fulvia Fiorino per la prima volta in italiano, è tratto da: De Paris à Sybaris. Etudes artistiques et littéraires sur  Rome et l'Italie méridionale.1886- 1887, Paris, Lemerre, 1868.

Montifaut parla di tarantismo nella Lettera XXVIII, intitolata Taranto e le città greche del suo golfo, datata Taranto, 28 marzo, 1867

Per introdurre l'argomento, ritorna con la mente ad un soggiorno precedente a Baja, dove narra che " un caso che si ripete forse ogni giorno mi fece assistere ad una danza singolare" e definisce il tarantismo una "curiosa affezione" e "ancora inspiegata".

Tratto da: Viaggiatori francesi in Puglia nell'800, G. Dotoli, F. Fiorino, pp. 82-85

" Alcuni anni fa ero a Baja, e un caso che si ripete forse ogni giorno mi fece assistere ad una danza singolare, felice mescolanza di languidi movimenti del corpo presi dall'oriente e di salti arditi, di vivace brio, proprio del popolo spagnolo. Lo spettacolo si svolgeva sulla bella rotonda in rovina conosciuta sotto il nome di tempio di Venere, e non potevo veder eseguire la Tarantella in un luogo meglio appropriato a questo ambito svago. Non ho avuto qui lo stesso piacere e forse quel felice esercizio è scomparso con la malattia che gli richiedeva la guarigione.

Curiosa affezione quella del tarantismo, e fino ad oggi ancora inspiegata! La puntura di un insetto, oggi innocente, non poteva essere pericolosa un tempo. E' permesso al volgo di rendere così ragione di un disordine interno che si manifestava soprattutto con il desiderio estremo di ballare

al suono degli strumenti, e un bisogno smodato di musica e di rumore. Oggi è generalmente ammesso, anche presso gli abitanti della zona, che l'immaginazione abbia una gran parte in questo strano sconvolgimento

fisico e morale. Sarebbe anche permesso vedere, con alcuni scrittori, nei mezzi praticati per risollevare la persona che soffre, un resto delle orge osservate nella celebrazione del culto di Bacco.

Appena una persona era attaccata dal male, subito cominciavano grandi festeggiamenti, e si dice che l'eco andasse tanto lontano, talvolta, che parecchi mariti rifiutarono, ad una così dura condizione, di restituire le mogli alla salute.

Prima la paziente, vestita di bianco, incoronata di pampini e nastri, con una spada in mano, era condotta in cerimonia su una terrazza dai suoi più cari amici; poi, con la testa piegata nelle mani, rimaneva seduta per un po' di tempo, mentre dei musicisti scelti, con i loro accordi, cercavano di rispondere ai sui capricci e ai suoi gusti. Come colpita all'improvviso da una melodia sconosciuta, d' un tratto la malata si alzava e a poco a poco giungeva ad uniformare il suo passo ai suoni degli strumenti. I musicisti

allora acceleravano impercettibilmente il tempo, e conducevano abilmente il motivo della Tarantella, il ritmo della danza e della folle gioia. Così finché il respiro e le forze glielo permettevano, colei che soffriva seguiva l'orchestra con frenesia, lasciando un ballerino solo per invitarne un altro e per ristorarsi, bagnandosi spesso il viso di un'acqua ghiacciata che prendeva da un vaso posto a portata di mano. Infine, quando, sfinita voleva rinviare la festa al giorno dopo, si versava addosso un intero secchio di acqua bagnandosi dalla testa ai piedi.

Immediatamente le sue compagne si affrettavano a spogliarla e a metterla nel suo letto. Durante questo tempo gli altri invitati si sforzavano, divorando un sostanzioso pasto sempre pronto per la circostanza, di contribuire per parte loro alla guarigione.

PAUL BOURGET

SENSAZIONI D'ITALIA

Paul Bourget (Amiens 1852 - Parigi 1935) è narratore, poeta, commediografo, saggista e critico.

Crede nei valori della religione e della famiglia, contro lo scientismo ateo. Ha avuto tre tipi di pubblico: i giovani fino al 1889, i salotti e le donne fino al 1900, i conservatori in seguito. Accademico di Francia, col tempo le sue benemerenze si sono appannate, fino al silenzio odierno. Quasi tutte le sue opere sono state tradotte in italiano.

E' appassionato amico dell'Italia ( si considera senese di adozione) e viaggia in Puglia nell'autunno del 1890, dal 15 al 28 novembre, giungendo a Foggia in treno da Ancona, dopo aver visitato la Toscana l'Umbria e le Marche, proseguendo da Metaponto per Crotone e Reggio Calabria.

Il testo è tratto da Sensations d'Italie, Paris, Lemerre, 1891 "forse tra i libri sull'Italia quello che ebbe il maggior successo di pubblico nei primi anni del '900".

Nel racconto troviamo dapprima riferimenti a credenze popolari salentine quale quella del Lauro, uno spiritello temuto dagli agricoltori dell'epoca "questo Lauro è piccolo, un nano di trenta o quaranta centimetri d'altezza. E' bruno, con capelli crespi, che egli ricopre d'un cappello alla calabrese, e il velluto del suo abito risplende di fantastica luce. E' capriccioso, pieno di simpatie e d'antipatie egualmente inesplicabili. Vi domanda cosa desiderate, voi gli rispondete: "un sacco di soldi" ed egli vi porta bacche verdi. Avete lo spirito di chiedere un sacco di bacche verdi, ed egli ride e vi porta soldi. (.) Tutti i contadini di Gallipoli e di Lecce giurano di averlo incontrato o per lo meno udito trotterellare a piè lesto per la casa.egli si attacca all'individuo, non alla casa. Cambiate abitazione, lo ritroverete che vi segue fedelmente"

Bourget non parla di tarantismo, ma ne accenna la conoscenza:

"Voglio anche pregare il mio compagno di ripetermi la commovente canzone popolare in dialetto di Manduria che s'accompagna al tamburello e dovrebbe guarire gli ammalati, morsi dalla tarantola o rosi da un a disperazione d'amore.

          Malinconicu cantu e allegru mai

Cacciati fora sti malincunii.

Come l'aggiu a cacciari, quannu tu sai?

          Ai nu cori e lu donai  a ti.

( Malinconico canto e allegro mai - discaccia queste malinconie. - Come faccio a scacciarle con quello che tu sai? Avevo un cuore e lo donai a te)

(.) Questi canti popolari dell'estremo mezzogiorno d'Italia, producono un'impressione quasi identica a quella degli inni religiosi che gemono nelle cerimonie ebraiche. Dietro queste cantilene sonnecchia l'Oriente, il vasto impenetrabile Oriente con la tristezza e il miraggio del suo deserto".

 

JOHANN HERMANN VON RIEDESEL

PASSEGGIATE IN ITALIA

Johann Hermann Von Riedesel, barone di Eisenbach (1740-1785) è il primo fra i viaggiatori tedeschi moderni che visitano il sud ed includono la Puglia nel loro itinerario. Ciambellano alla corte di Prussia, e in seguito ambasciatore plenipotenziario alla Corte di Vienna. A questo itinerario si ispirerà Goethe nel suo viaggio in Italia.

Non particolarmente prestante nella persona, esclusa quindi la carriera militare, non gli restava aperta che la carriera amministrativa per prepararsi alla quale, il von Riedesel si accinse, com'era d'uso, ad affrontare dei viaggi che gli avrebbero permesso di ampliare al propria conoscenza del mondo e di allargare l'ambito delle proprie conoscenze. Grazie ad un'eredità lasciatagli da un parente, il giovane Johann Hermann si trovò nelle migliori condizioni per organizzare il proprio futuro. Nel marzo del 1758 si iscrisse all'Università di Erlangen per studiarvi diritto, eloquenza, arte poetica, filosofia e dove ebbe modo di coltivare i suoi interessi classici. Compì estesi viaggi in Austria e Germania. Nel 1762 venne per la prima volta in Italia arrivando sino a Napoli.

 La stesura degli appunti di viaggio, Reise durch Sizilien und Grossgriechenland, era avvenuta per soddisfare il desiderio dell'amico Johann Joachim Winckelmann che si aspettava da essi notizie più precise sui resti dell'antichità classica in Sicilia e nella Magna Grecia.

La fisionomia intellettuale del von Riedesel è caratterizzata da una forte curiosità e dalla spregiudicatezza del giudizio. Egli è attratto dal paese straniero e l'esperienza della diversità relativizza il suo sistema di valori facendolo approdare ad una migliore comprensione del paese visitato  e poi, di rimando, del proprio paese. Senso del relativo, tolleranza nei confronti dell'altro e scoperta di ciò che nell'uomo è proprietà comune universale sono i frutti più maturi della sua esperienza di viaggio.

Di resti classici, in Puglia, ne trova abbastanza pochi.

Con interesse non minore, il barone tedesco osserva il fenomeno della realtà pugliese che attrae l'attenzione dei viaggiatori stranieri, il tarantolismo. Constata che la tarantola è effettivamente molto diffusa in tutta la Puglia e nei dintorni di Taranto in maniera particolare e che le persone che si reputano ammalate sembrano guarire davvero ballando al ritmo della tarantella; d'altra parte, però, crede che vada comunque presa in considerazione anche l'opinione di chi nega un rapporto causa - effetto fra i morsi della tarantola e i sintomi del "tarantolato".

Si dice convinto che responsabili del tarantolato siano un complesso di fattori che vanno dalle condizioni ambientali a quelle climatiche, (aria greve e acqua piovana che inaspriscono gli umori e provocano quindi malinconia e inappetenza). La constatazione che il fenomeno è diffuso maggiormente tra la gente del popolo di sesso femminile, appartenente ad una fascia d'età (sui quarant'anni) e ad un certo stato civile (nubili) gli suggerisce un'ipotesi ancora più radicale di "squilibrio dello spirito, prodotto dalla disperazione di non trovare un amico, od un amante alla sua età e con un aspetto così sgradevole".

Tratto da: NELLA PUGLIA DEL '700 ( A cura di Tommaso Pedio , Lorenzo Capone editore, Lecce, 1979)

Il "Phalangium Apulu" e il tarantolismo.

" Ho visto adoperare un metodo molto singolare per battere i piselli e le fave: una cornamusa suona, e venti o venticinque persone, con zoccoli si mettono a ballare, vigorosamente, sopra questi legumi,ed in questa maniera li pestano.

Fa meraviglia vedere, in un clima così caldo, la gente, che lavora ballando, e guarirsi dalla morsicatura della tarantola ballando, ed avere un gusto così spiccato pel ballo, che si manifesta in tutte le occasioni. A proposito della tarantola eccovi, credo, il luogo, in cui vi possa comunicare, quanto ho veduto e notato, intorno a questo animale, ed alla sua morsicatura.

Questo aracnide, che si mostra in tutti i gabinetti di storia naturale, è effettivamente molto comune, nei dintorni di Taranto, da cui piglia il nome, né lo è meno, in tutta la estensione della Puglia.

Tutto quello che se ne racconta è vero cioè che le persone, che ne sono morsicate, guariscono, per mezzo della danza, e che questa danza deve farsi, al suono di un'aria speciale chiamata tarantella.

Ma non meno è molto verosimile, che questa morsicatura non sia tanto dannosa, e che non produca proprio i sintomi che osservano, nelle persone, che se ne credono morsicate; che il mezzo usato non sia il solo atto a guarire, da questo male, e che, infine, l'abitudine e l'immaginazione vi entrino un po' più della realtà.E' così che la pensano i medici, i più dotati di buon senso, di Taranto e delle province, ricordate di su.Vi sono, del resto, delle prove, che depongono a favore, e contro questa opinione dominante. E' nei mesi di luglio, agosto e settembre che questi aracnidi compaiono, in gran numero, nei campi e ne' vigneti, ed è precisamente in questi mesi che, d'ordinario, s'incontrano persone, che cercano di guarire dalle loro punture, per mezzo della danza. La musica, sulla quale si balla è sempre sull'istessa melodia; il ballo ordinario del paese; come ogni contrada ne ha uno speciale, p.e. in Germania il ballo svevo, in Provenza il riguadon il fiascone in Toscana, le contradanze in Inghilterra e le fandango in Ispagna , ecc

Ecco, d'altra parte, i dubbi, che si fanno contro questo bisogno, indispensabile di ballare; si dice che, ben di rado, si trovano le tracce della morsicatura, in coloro che si credono morsicati; il caldo eccessivo, un'aria greve e l'acqua piovana, che si guasta, nelle cattive cisterne,inaspriscono e corrompono gli umori (specie a Taranto, dove l'umore salso domina, con tanta violenza)abbattono gi spiriti e producono la malinconia, e la perdita dello stomaco. Gli esercizii , il sudore,e la gaiezza, sono, senza dubbio, i rimedi più efficaci contro simili mali, che sono più frequenti,come le pretese morsicature, presso le donne,che non presso gli uomini. Ci sarà da meravigliarsi quando si saprà che le malattie isteriche sono più ordinarie e violente, in questo paese che altrove e, talvolta, vanno sino al furore.

I movimenti violenti, che produce la danza, perché talvolta accade che una donna balla, per trentasei ore di seguito, senza mangiare, nè bere, scuotono tutta la macchina, mettono gli umori addensati in azione, li dividono e,per conseguenza, il male si addolcisce od anche si può guarire. Da tutto ciò deriva, anche se il popolo è nella persuasione che le persone morsicate sono costrette a ballare tutti gli anni, in questa stagione, perché effettivamente il grande caldo riproduce, spesso, i sintomi della malattia che si crede essere la morsicatura della tarantola. Infine, si può alligare contro i pretesi effetti di questa morsicatura, che tutti coloro, ai quali la loro povertà vieta di pagare dei musici, soffrono, durante una parte dell'estate, ma si sentono molto sollevati, all'avvicinarsi dell'inverno; e che le donne sono più spesso morsicate, e raramente gli uomini. E d'altra parte, non è una forza irresistibile, che spinge a ballare, a ma si ricorre a questo rimedio, spesso, a malincuore, come se si dovesse prendere una medicina. Quelli, invece, che sostengono davvero la morsicatura della tarantola, che produce questi effetti contrappongono, ai dubbi, altri dati di fatto,cioè che, per solito, non è,se non la gente comune, la quale è morsicata, e non mai le persone che se ne possono garantire, e che non sono costrette ad andare a lavorare nelle campagne.

Infatti, non si veggono ballare, se non persone del popolo, e le donne avendo l'abitudine di lavorare, con le braccia nude, sono più esposte ad essere morsicate, e quindi, debbono ricorrere al rimedio. Se,infine,la cosa non è, se non un'affezione isterica, non si vedrebbero,così spesso,delle persone di sessant'anni, o delle donne incinte, di otto mesi, ballare con l'istesso ardore delle altre.

Il marchese Palmieri, a Lecce, mi citò il seguente esempio: egli aveva una parente di quarant'anni, nubile, la quale, tutto ad un tratto,cominciò a perdere il buon umore, a cadere nella malinconia,ed a diventare intrattabile. Si suppose che fosse stata morsicata dalla tarantola; ma , siccome si vergognava di ballare, il suo male peggiorava, di giorno in giorno, in guisa, che si disperava della guarigione. Un giorno, passando in carrozza, davanti ad una casa, nella quale una persona, che i trovava nelle sue condizioni, ballava, non le fu possibile trattenersi, e cedette al bisogno irresistibile, di far anch'essa lo stesso. Si slanciò nella casa, e si mise a ballare, insieme all'altra, e dopo averlo fatto, per lungo tempo, si sentì meglio, disparve la malinconia, e riprese la sua salute primitiva.

Eccovi, mio amico, quanto mi si è raccontato, e che io vi trasmetto,così come mi è stato dato: in quanto a me, sospendo il mio giudizio, sebbene sia convinto che tutto ciò debba mettersi, tra i pregiudizii, che il tempo ha radicati, ed il cui numero così grande, e che verosimilmente, domineranno, ancora per lunga pezza, nel nostro debole mondo. Vi aggiungerò soltanto, ancora, quello che ho visto, con i miei propri occhi dopo di che noi lasceremo, una volta per sempre, la tarantola e i suoi difensori.

Ho veduto, ad Otranto, una giovane di ventidue anni, ballare, per guarirsi da questa sedicente morsicatura. Era molto ben vestita per la sua condizione; il luogo della scena era una camera, ornata di piccoli specchi, di fiori e di abiti di seta, di ogni sorta di colori. Non ballava, in modo frenetico, né come una persona, che si abbandona interamente a questo piacere, ma piuttosto, con una certa freddezza, abbassando gli occhi che di tanto in tanto sollevava per guardarsi in uno degli specchi, per pigliare un atteggiamento decente, ovvero per aggiustare la sua pettinatura, senza  per tanto, smettere di ballare. La musica consisteva in due violini, ed in un tamburello. La danzatrice si lavò varie volte il viso, ballando, e faceva attenzione a quanto accadeva attorno a lei. Mi scappò a dire, scherzando, ma a voce abbastanza alta perché l'avesse potuto ascoltare, che, per una danzatrice, aveva le calze non bene tirate. Appena ebbi ciò detto, si mise ad aggiustarle; in quanto alle scarpe la superstizione popolare ha deciso che, in simili casi, non bisogna averne.  Ebbi la disgrazia di dispiacerle, perché avevo il mio cappello in testa, ed essa aveva una grande avversione pel nero. Non si trattenne dal farmelo capire e, quando mi tolsi questo cappello, che l'offuscava si rimise a ballare, con gli occhi bassi come prima. Il suo sguardo non aveva niente di strano, al contrario, regnava una dolce tranquillità, e si vedeva che ballava piuttosto a malincuore, anziché con piacere. Ballando, dette ad una donna che stava tra gli spettatori, un garofano che poi riprese ed inghiottì, come s e fosse stata una ciliegia. Ballò diciotto ore di seguito, senza riposarsi, dopo di che i suoi amici la tolsero, di peso, per metterla su di un letto, che avevano avuto cura di riscaldare.

A Bari, ho visto ballare un'altra che, del pari, si credeva morsicata dalla tarantola. Era nubile, e sembrava di quarant'anni. Mi disse che era il settimo anno che ballava, nell'istessa stagione. Non metteva nel ballo, né maggiore attività, né maggior passione della precedente. Vi scorsi l'istesso sangue freddo, e la vidi dare i suoi ordini ballando, sul modo come voleva che si ornasse l'appartamento, o piuttosto la oscura e misera stamberga,in cui si svolgeva la scena: indicò il posto, nel quale doveva mettersi lo specchio, e quello, in cui dovevano piazzarsi gli abiti di seta. Ballava, come l'altra, mirandosi nello specchio, sebbene fosse brutta come il peccato, e dopo aver ballato da sola, prese una ragazza di sedici anni, che ballò un pezzo con lei, e poscia volle, a forza, fammi partecipare dell'istesso onore. Non mi parve del tutto verosimile, che questa disgraziata fosse stata morsicata: attribuii piuttosto la sua mania, ad uno squilibrio del suo spirito, prodotto dalla disperazione di non trovare un amico, od un amante alla sua età, e con un aspetto così sgradevole.

Eccovi, tutto quello che ho potuto osservare io stesso, circa questo aracnide, e gli effetti della sua morsicatura. Converrete con me, mio caro amico, che il pregiudizio, il costume e l'immaginazione hanno maggiore parte della realtà, in questo fenomeno. Notate che non avendo nessun autore antico parlato della tarantola, nemmeno Plinio, che riporta, con tanta cura ed esattezza, tutto quello, che la natura offre di straordinario ai suoi tempi, è chiaro che gli antichi non la conoscevano. E poiché questo grosso aracnide esiste, anche in Sicilia e nella Spagna; nelle province meridionali della (Spagna) e della Francia, senza che si parlasse di un simile metodo, per guarire dalle morsicature, e del quale non si parla, neppure in Calabria, non si può guarda la cosa, se non sotto l'aspetto di un delirio dell'immaginazione, ed una specie di stravaganza. E così ripiglio il racconto del mio viaggio verso Napoli.

FERDINANDO GREGOROVIOUS (1821-1891)

NELLE PUGLIE ( 1875)

Storico della città di Roma nel Medioevo, giornalista, autore di romanzi, grande conoscitore dell' Italiani cui arrivò nel 1852, avendo  come prima meta Livorno. Nominato cittadino onorario di Roma nel 1876, alternò il suo soggiorno in questa città con viaggi in Oriente e Grecia.

In Puglia venne due volte: una prima volta nel 1874 e una seconda volta nel 1875, come testimoniano per il 1974, i Romische Tagebucher e  per il 1875, gli appunti dei diari inediti custoditi nel Reparto Manoscritti della Staatsbibliothek di Monaco( Teodoro Scamardi, 1987: 96).

Il viaggio in Puglia si colloca alla fine del soggiorno romano del Gregorovious nel luglio del 1874 e con questo lo storico prende congedo dall'Italia avviando poi l'interesse per la Grecia.

Tratto da: " Nelle Puglie", trad. it. R. Mariano,  Firenze, 1882, p. 449

" La tarantola ci fu mostrata dal nostro Esclapio; ma solo in un bicchiere; sicchè non ci riuscì di vederla vivo il celebre serpentello. La nota favola che attribuisce l'origine della danza pugliese, la tarantella, al morso di questo insetto, non è senza un certo significato. Forse in essa si trova in realtà adombrato un residuo dell'antico culto di Cibele."